Nera Luna, romanzo drammatico fantasy, cap.25: Diversa

Dopo aver letto quel volantino, il maestro Saitò non fu più lo stesso: non appena tornammo all’accampamento, si chiuse nella sua tenda e non vi usci per quasi una settimana. Disorientati dal non avere più una guida, io e miei compagni non potemmo fare altro che aspettare, limitandoci a spiare Heichi durante le sue lunghe notti insonni. Solo quando calava il buio e la luce della candela proiettava la sua ombra sulla tenda, riuscivamo a intravedere cosa stesse realmente facendo: stava ore seduto a un piccolo tavolo, a osservare immobile una pila di fogli; solo all’alba iniziava a scrivere qualcosa, per poi stracciarlo rabbiosamente dopo poche righe,

Trascorremmo l’ultimo giorno dell’anno nel silenzio e nello smarrimento, incerti sul nostro futuro e su quello della compagnia. L’ottimismo e l’euforia maturati durante lo spettacolo di Santo Stefano erano scomparsi, spazzati via dal comportamento inspiegabile di Heichi e ciò mi frustrava.
Fu durante una delle prime cene dell’anno nuovo, che decisi di smetterla con l’omertà e chiedere ciò che tutti avevano solo il coraggio di pensare.

« Che succede a Heichi?» domandai, gettando furiosa il piatto a terra « Non si degna neppure più di mangiare con noi!»

«Neppure noi conosciamo bene il maestro» rivelò Edda, preoccupata « Sebbene siamo con lui sin dall’inizio, non lo abbiamo mai visto con quella luce negli occhi. È sempre stato così saggio, pacato, autoritario; sembra che qualcosa lo turbi profondamente

« Io non lo disturberei!» sconsigliò Enrico « Una volta l’ho visto stendere un uomo molto più grosso e giovane di lui; non voglio neppure immaginarmi cosa possa fare in questo stato!»

«Per quanto sia pericoloso, non può certo ucciderci.»  replicò Fabrizio « Qualcuno dovrebbe parlargli.»

« Sono d’accordo.» commentò Roberto « Abbiamo il diritto di sapere cosa sta succedendo.»

Mi voltai verso Alice per sentire cosa avesse da dire, ma lei si limitò ad annuire col capo; privata dell’appoggio del maestro, era ricaduta velocemente in una forte depressione, nullificando i pochi progressi che aveva fatto dopo la morte della gemella.

« Dovrebbe andarci Nera!»  propose Graziella.

Colta alla sprovvista, rifiutai bruscamente, ma l’idea della bambina piacque molto al resto della compagnia e così fui costretta ad accettare; infondo, ero l’allieva prediletta del maestro ed era un ruolo che imponeva oneri, non solo onori.

Riluttante, mi avvinai alla tenda di Heichi e sbirciai all’interno: cumuli di carta stracciata erano ammucchiati in ogni angolo e uno sporco e sottile materasso era stato gettato a terra, tra la sporcizia e i mobili ribaltati; tutto era in disordine, eccetto un tavolino pieghevole, su cui era poggiata una pila di fogli bianchi; il maestro, seduto su uno scomodo sgabello e piegato di fronte a quelle pagine intonse, sembrava completamente assente e intrappolato nei propri pensieri.

« È permesso, maestro?» domandai, entrando nella tenda.

Heichi sobbalzò e, come risvegliatosi da un orribile sogno, mi fissò in volto: i suoi occhi rossi e stanchi erano circondati da occhiaie livide e profonde; le guance scavate e la carnagione pallida lo facevano sembrare un fantasma, avvolto com’era in una lunga e lurida vestaglia.

« Non avevo detto di non disturbarmi!?» ringhiò, alzandosi di scatto e rovesciando il plico di fogli appoggiato sul tavolo.

Non avevo mai sentito il maestro gridare e, per quanto cercassi di nasconderlo, ne fui spaventata: sebbene fosse debilitato, la sua espressione arcigna e feroce esprimeva tutta la rabbia che gli avvampava dentro.

« Non sappiamo cosa fare o dove andare.» cercai di spiegargli, il più dolcemente possibile « Non ci parli da giorni ormai: non puoi biasimarci se siamo preoccupati.»

Di fronte alle proprie mancanze, il maestro mi guardò con uno sguardo carico di vergogna, poi si voltò, nel vano tentativo di nascondere la propria pena.

« Cosa ti sta succedendo, Heichi?» bisbigliai, sconvolta dal suo cambiamento.

« Niente, Nera…» borbottò lui, cercando di sminuire «Voglio restare solo.»

Detto ciò, raccolse da terra una bottiglia di sakè mezza vuota, la stappò coi denti e, sputato il tappo, ne bevve avidamente il contenuto.

«Dimmi cos’hai Heichi o sarò costretta ad informare gli altri che non sei più in grado di guidarci.» lo minacciai, cercando di scuoterlo.

« Tu non lo farai!» gridò, schiantando la bottiglia a terra «Pensi di poter venire qui a insegnarmi cosa vuol dire resistere? Cosa significhi affrontare ogni giorno il peso delle proprie sconfitte, accontentandosi di guardare avanti?»

Heichi, tremante di rabbia, si lanciò sopra un baule ai piedi del letto e, una volta aperto, ne estrasse una strana spada dalla lama curva e rettangolare; tenendola ben salda con entrambe le mani, me la punto contro, minaccioso.

«Cerca di calmarti, Heichi.» lo supplicai, spaventata «sono Nera, la tua allieva!»

«No!» ringhiò, scuotendo la testa «Sei tu la causa di tutto questo; non avrei mai dovuto accoglierti nella compagnia!»

Nel sentire quelle parole, il mio cuore si fermò: mai avrei immaginato che il mio maestro potesse dirmi una cosa tanto crudele.

«Mi hai avvelenato la mente!» continuò Heichi, avvicinandosi con la spada in pugno «Come il diavolo, mi hai guidato a un passo da ciò che mi spetta, per poi togliermelo un istante prima di poterlo raggiungere!»

Confusa e terrorizzata dalle sue accuse dissennate, tentai di difendermi, ma il maestro scattò in avanti, poggiandomi la lama alla gola.

«Taci, strega!» si infuriò « Il tuo viso angelico nasconde bene la tua vera natura, ma non ti concederò più di soggiogare i miei pensieri!» e, sfiorandomi il collo col filo della spada, concluse «O credi davvero che una tentatrice come te non meriti la morte?»

Forse era la pazzia o magari il suo istinto a parlare, eppure Heichi aveva ragione: io non ero come gli altri e avevo molti peccati sulla coscienza; ero forse arrivato il momento di espiarli?
Avendo come una unica certezza il mio maestro, capii che non spettava a me decidere: se ero solo un mostro anche per l’unico che si era offerto di farmi da guida, forse meritavo davvero di morire. Allargai le braccia in segno di resa e chiusi gli occhi, pronta a qualunque sentenza, ma Heichi, incapace di affondare la lama, si lascio cadere a terra, come una marionetta a cui avevano tagliato i fili.

Sorpresa di essere ancora viva, aprii gli occhi e, vedendo la profonda disperazione in cui il maestro era precipitato, mi avvinaci per consolarlo: mi chinai su di lui e, gentilmente, lo strinsi a me; lo cullai sulla mia spalla e lasciai che tutta la sua sofferenza si riversasse nel mio amorevole abbraccio.

Restai stretta a lui per tutta la notte, poi, all’alba, Heichi pose una mano sul mio gomito e, dolcemente, si discostò. Ritornato in se, si mise in ginocchio, prese tre profondi respiri e si sistemò la vestaglia, chiudendosela con uno stretto nodo a fiocco.

«Sei tu la fonte della mia disperazione.» mi rivelò, lasciandomi senza parole.

« Come?» domandai, stizzita « Io non capisco cosa…»

« Lasciami spiegare, ti prego.» mi interruppe Heichi « Dovrò raccontarti chi sono affinché tu possa capire, e devo farlo prima che le mie colpe mi facciano cambiare idea: il paese da cui provengo è molto arretrato e i miei genitori erano dei semplici coltivatori di riso; nessuno, né i miei pochi amici né la mia famiglia, riusciva a capirmi e mai mi avrebbero concesso di dedicarmi al teatro. Fuggii, perdendo il mio onore e la mia eredità, e cercai successo altrove, in Italia: la culla dell’arte. Sebbene fossi ancor più diverso che nella mia terra d’origine, mi innamorati così tanto del vostro paese che ero pronto a subire qualsiasi sacrificio o vessazione, pur di affermarmi come sceneggiatore…e ci riuscii: ebbi così successo che fui addirittura invitato a servire Vittorio Emanuele in persona.» sospirò, tentato di non proseguire « Ma, come imparai a mie spese, i diversi continuano a restare tali, indipendentemente da quanto lontano fuggano. Cera un uomo alla corte del Re, si faceva chiamare Saverio Delacraoix: non era solo un pessimo artista e un orribile sceneggiatore, ma anche un uomo viscido e meschino. Approfittando della mia ingenuità, si finse mio amico, si fece invitare nelle mie stanze e, dopo avermi fatto ubriacare, mi rubò tutti le sceneggiature. Quella sera stessa si presentò dinnanzi al Re e mi accusò di essere io il ladro, mentre lui la vittima degli inganni di un impostore straniero. Il sovrano non attese neppure il mattino per farmi cacciare e, in piena notte, mi trovai nuovamente senza un avere, a vagare per strada come un emarginato.»

Raccontata la sua storia, il maestro poggiò le mani sulle ginocchia e, chinando il capo, trattenne a stento le lacrime. Il dolore delle sconfitte e delle ingiustizie subite gli bruciava nel petto, ma era chiaro che non era il suo passato a tormentarlo.

«Ora quell’uomo è qui, in Francia.» continuò, a denti stretti « È nientedimeno che l’organizzatore del concorso teatrale di Orlèans.» sbuffò, amareggiato «Finalmente ho l’occasione di fargliela pagare e dimostrare di fronte a un pubblico quanto sia meschino: voglio sbattergli in faccia la sua mediocrità e desidero che gli spettatori lo guardino col disgusto che merita; sogno da anni la possibilità di vendicarmi, eppure…» perse tempo, restio a concludere la frase « tu me lo impedisci.»

«Che cosa?» chiesi, non comprendendo affatto le motivazioni che lo portavano a incolparmi «Io stessa ho sofferto più di quanto tu possa immaginare, ciononostante non mi sono mai nascosta dietro delle scuse!» e, irritata dalla sua codardia, gridai «Urla! Arrabbiati! Raccogli la tua spada e uccidimi se vuoi, ma non accusarmi di essere la fonte del tuo dolore!»

Delusa dal mio maestro, mi alzai di scatto e, profondamente ferita dalle sue parole, mi allontanai da lui.

«Non andartene, ti prego.» mi supplicò, ormai allo stremo «Da giorni fisso quei fogli bianchi, incapace di scrivere una sola riga, e non sono Delacroix o la mia vendetta a bloccarmi.»

« E sarei io?» sussurrai, rabbiosa «Sarei io a bloccarti?»

«Tu…» balbettò Heichi, temendo di ferirmi ulteriormente «Tu sei diversa da me o da chiunque altro: ami e odi in un modo che non oso neppure immaginare. Le tue emozioni sono così pure, potenti, da contagiare chiunque ti stia vicino ed è impossibile resisterti.» e concluse, rivelandomi ciò che non osava dirmi «So che scrivendo uno spettacolo per te avrò la mia rivalsa, ma dopo tutte queste notti insonni ho accumulato solo carta straccia e frustrazione. Com’è possibile scrivere qualcosa adatto a te, che non sembri neppure di questo mondo? O anche vi riuscissi, il successo sarà merito tuo o della mia bravura?»

Venuta a conoscenza del reale motivo del suo turbamento, mi sentii inizialmente divisa: una parte di me fu lusingata, mentre l’altra si sentii profondamente in colpa; la mia vera natura aveva nuovamente sconvolto la vita di una persona a me cara.
Incapace di rispondere ai dubbi di Heichi, mi avvinai al telo che chiudeva la tenda e lo scostai, per far entrare un po’ d’aria fresca. La brezza gelida del mattino e la luce abbagliante dell’alba, mi schiarirono le idee, sussurrandomi all’orecchio i consigli della mia saggia madre.

«Ti aiuterò io.» gli proposi «sia con lo spettacolo che con la tua vendetta.»

«Mi vuoi forse tentare?» chiese, diffidente.

«Non ti ho mai dato motivo di pensare questo di me.» controbattei «permettimi di dimostrate a te e me stessa che posso essere più di una tentatrice.»

«Come?» insistette lui, scettico.

«D’ora in poi, tutte le sere verrò ad assisterti mentre scrivi.» gli spiegai « Non ti disturberò, sarò seduta in un angolo e mi limiterò a starti accanto. Terrai la tua spada a portata di mano e, se ti tornerà la voglia di uccidermi, non mi opporrò.»

«…E sia.» annui il maestro, dopo una lunga e meditabonda pausa «Solo alla condizione che tu mi racconti chi o cosa sei: me ne parlerai un po’ per volta ogni notte, prima che io incominci a scrivere.»

«D’accordo.» accettai, esitante all’idea di dover raccontare nuovamente il mio passato «Così potrai capire che anche io vivo nel rimorso e nella paura.»

«Ma ciò non ti rende come gli altri.»  sentenziò, raccogliendo la spada.

«Difatti, non mi sto tirando indietro dal tuo giudizio.» replicai, stanca delle sue accuse.

Zittito dal mio sprezzante orgoglio, il maestro Heichi scosse il capo, accennando un sorriso, poi, tornato alla sua solita compostezza, si alzò da terra e tornò alla scrivania.

«Un’ultima cosa prima che tu vada, Nera.» mi informò, sedendosi sullo sgabello «Io sarò troppo occupato con la sceneggiatura, per cui sarai tu a guidare la compagnia fino a Orlèans

«Non se ne parla!» esclamai, scombussolata sia da quell’inaspettato compito che dalla nottata in bianco

«Ho intenzione di metterti alla prova, prima di giudicarti.» replicò Heichi «Inoltre te lo ordino come tuo maestro: affronta la mia spada oppure datti alla fuga, se vuoi tirati indietro.»

Non potei controbattere di fronte a quella scelta e, risentita dal non aver avuto l’ultima parola, uscii dalla tenda, ancor più ansiosa e confusa di quando vi ero entrata. Come poteva il maestro addossarmi un compito tanto gravoso e al contempo pensare di uccidermi?
Fui tentata di approfittare del fatto che tutti dormissero per andarmene via, ma ero stanca di scappare da ciò che ero. Dovevo trovare il coraggio di fare delle scelte, prendermi delle responsabilità e combattere per ciò desideravo, se necessario. Il maestro aveva ragione: io ero diversa, non ero come gli altri, ero costretta a dimostrare di essere degna di vivere e, per quanto fosse ingiusto, dovevo accettare il mio destino.


 

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dicembre 23, 2017

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