Romanzo drammatico fantasy cap.24: Sei tu la tempesta.

L’indomani mattina mi alzai che era quasi mezzogiorno. Era insolito che Heichi mi lasciasse dormire fino a tardi e, sapendo che non sarebbe più capitato, me ne approfittai. Quando uscii dalla tenda, scoprii che il maestro si era allontanato all’alba e che ci aveva lasciato precisi ordini: finire di sistemare l’accampamento, montare il palco, lavarsi e prepararsi per le prove.

Emozionata al pensiero di poter calcare nuovamente il palcoscenico, mi offrii volontaria per montarlo e, fatta una veloce colazione, mi unii ai lavori assieme a Roberto ed Enrico. Sia io che i miei compagni eravamo entusiasti di poter ricominciare a fare teatro e, ritemprati anche dal lungo riposo, finimmo i nostri compiti rapidamente. Quando, a pomeriggio inoltrato, il maestro tornò all’accampamento in groppa a uno dei nostri cavalli, la maggior parte di noi era già pronta per le prove.

«Molto bene.» si congratulò con noi Heichi, lieto di vederci così euforici.

«Maestro, dove siete stato?» gli domandò Enrico, aiutandolo a scendere da cavallo.

« Sono stato a Chambéry.» spiegò lui, una volta a terra « una bella cittadina a qualche kilometro a ovest da qui.»

« Per quale motivo ci è andato?» intervenni anch’io, sospettosa.

« Fatemi perlomeno riscaldare al fuoco,» ci rimproverò, avvicinandosi al falò « il viaggio è stato lungo e gelido, ma ne è valsa la pena.»

Tutta la compagnia restò col fiato sospeso, in attesa che il maestro rivelasse il motivo della sua partenza.

«A Chambéry daranno una festa in piazza, per Santo Stefano.» ci raccontò infine «Sono riuscito a parlare con gli organizzatori e gli ho proposto di assumerci per uno spettacolo durante la serata.»

« E cosa hanno risposto?» chiese Edda, spazientita.

« La compagnia del maestro Saitò ha ufficialmente un ingaggio!» ci rivelò orgoglioso il maestro.

La notizia mi sorprese tanto da restare senza parole, ma per il resto della compagnia non fu altrettanto emozionante: la maggior parte di loro non si era mai esibito in pubblico e, per quanto fossero pronti al debutto, nessuno conosceva una parola di francese.

« Per Santo Stefano?» domandò scettica Alice «Manca meno di un mese, maestro: non ce la faremo mai!»

«Sono d’accordo con Alice.» concordò Patrizio « Non ci siamo mai esibiti in pubblico e nessuno di noi conosce il francese.»

Anche altri membri della compagnia condivisero i medesimi dubbi e, per qualche minuto, temetti che il mio sogno di tornare sul palco restasse tale.

«Suvvia, miei allievi, voi siete attori.» ci rimproverò Heichi « Siete fuggiti abbastanza dal vostro destino; è giunto il momento di mettere in pratica ciò che avete imparato. »

« Non abbiamo neppure un copione!» fece notare Roberto.

« Ci ho pensato durante il viaggio di ritorno.» ci spiegò il maestro « Non porteremo in scena un’opera intera, ma tre commedie brevi distinte, separate da due intervalli per darvi il tempo di cambiarvi.»

« Tre?» brontolò Edda « Non so neppure come si dice tre, in francese! Come pensa che potrò impararlo in meno di un mese?»

«Non saranno necessari discorsi complessi. » rispose Heichi «Basteranno poche battute semplici e d’impatto; sarete voi a doverle valorizzare con la vostra recitazione

«Anche riuscisse a ridurre la sceneggiatura all’osso,» obbiettò Enrico « Non ha il tempo per spiegare a ognuno di noi la pronuncia corretta delle parole.»

«Mio padre mi ha insegnato un po’ di francese» mi feci avanti, smaniosa di tornare sul palco «Posso aiutarvi io con le battute, sempre se il maestro è d’accordo

«Il tuo aiuto sarà molto gradito.» annui il maestro, sorridendo, poi, rivolgendosi agli altri, concluse «Se non ci sono altre obbiezioni, già da stasera cominceremo a prepararci per lo spettacolo di Santo Stefano

«Senza un copione?» insistette ironica Alice, ancora suscettibile dopo la morte della sorella.

«Come ho già detto, il gelido e solitario viaggio di ritorno mi ha suggerito molte idee » la tranquillizzò il maestro, paziente « Partendo da quelle e col proseguire delle prove, svilupperò un copione definitivo

« Ma…» perseverò Alice.

« Fidati del tuo maestro, Alice.» la gelò lui, fulminandola con lo sguardo.

Rientrata anche l’ultima protesta, Heichi ci fece disporre in due file e, dopo una lunga serie di esercizi di riscaldamento, ci ordinò di montare a turno sul palco. Il primo a salire fu Enrico, a cui fu chiesto di ripetere alcune battute, prima in italiano per fargli capire il senso e successivamente in francese; anche gli altri miei compagni furono sottoposti al medesimo esercizio, ma ad ognuno furono assegnate frasi diverse.
Quando arrivò il mio turno, il maestro, anziché spiegarmi la battuta in italiano, iniziò a darmi ordini in francese e io, già sapendo che mi avrebbe messo alla prova, non mi feci trovare impreparata: eseguii zelante ogni compito richiestomi, ripetendo le battute con chiarezza, anche se con qualche inesattezza linguistica.

Da quella breve esibizione, il maestro rivalutò molto il mio contributo e le mie responsabilità aumentarono di pari passo con la mole di lavoro: non solo mi esercitavo assieme al resto della compagnia, fuori dalle prove aiutavo ogni membro a ripassare le battute e inoltre assistevo Heichi alla stesura del copione. Cresciuta da sola e abituata a diffidare del prossimo, non ero abituata a collaborare e soprattutto ad avere tante incombenze, ma il maestro Saitò seppe starmi vicino e incoraggiarmi, in particolar modo durante i miei numerosi attacchi di panico; eravamo spiriti affini e, nonostante la differenza d’età, mi sentivo completamente al sicuro con lui.

Tra prove estenuanti e nottate insonni, riuscimmo a finire lo spettacolo per la vigilia di Natale e, come premio per il nostro impegno, Heichi ci concesse di organizzare un pranzo per le feste, purché non si eccedesse col cibo o con l’alcool. Molte delle preoccupazioni iniziali della compagnia erano svanite e, sebbene persistesse una certa ansia da debutto, staccare un po’ ci avrebbe aiutato ad allentare la tensione e arrivare più concentrati allo spettacolo.
Trascorremmo assieme un tranquillo e allegro pranzo natalizio; perfino il gelo allentò la presa, quasi mia madre volesse partecipare a suo modo ai festeggiamenti. Sebbene il pasto consistesse in una semplice minestra di legumi e avessimo solo un alberello spelacchiato coperto di boa di piume e lustrini come addobbo, lo spirito del Natale ci pervase e passammo il resto del pomeriggio a giocare a carte o dadi, scommettendo qualsiasi cosa avessimo nelle tasche. Eseguimmo anche un’ultima prova generale, prima di smontare il palco e, dopo una frugale cena, caricare il carro più grande con tutto il necessario per l’esibizione.

L’indomani mattina, il maestro Saitò ci svegliò che era ancora buio: erano necessarie quasi due ore per raggiungere Chambéry e, una volta arrivati, avremmo dovuto scaricare il carro e montare il palco. Ancora assonnati, lasciammo l’accampamento alle prime luci dell’alba; c’eravamo tutti, eccetto Alice che, dato il suo scarso impegno durante le prove, aveva preferito restare a fare la guardia e a badare al fuoco.

L’allargarsi della strada e la maggior densità di case lungo di essa ci fecero capire che eravamo ormai vicini alla nostra meta. Valicato l’ultimo colle, rimasi estasiata alla vista di Chambèry che, ancora addobbata per le feste, brillava al centro della valle. Per raggiungere la città, attraversammo un corso d’acqua cristallina su di un vecchio e solido ponte di pietra: il greto brullo e sassoso del fiume era ben visibile sotto la coltre di neve, ormai in via di discioglimento.
Il cerchio più esterno di  Chambéry era un labirinto di stradine strette e di casette colorate, abbellite con lanterne, pungitopo e palle di Natale. Il centro, costruito attorno un imponente fortezza di pietra bianca e dai tetti scuri e aguzzi, era costellato di portici ed eleganti palazzi nobiliari, addobbati per l’occasione con ricche e pompose ghirlande.

Invece di proseguire verso il castello, ci fermammo in una piazzetta antistante l’ingresso ad una grande cattedrale di pietra levigata. Ad attenderci, in piedi sul sagrato della chiesa, c’era un assistente del vescovo, che ci accolse con pochi saluti e mille raccomandazioni. Ci seguì durante le nostre operazioni di scarico e montaggio, assicurandosi che il palco non impedisse l’ingresso ai fedeli e annotando ogni nostra azione su di un blocchetto per appunti. Sistemati anche il fondale e le quinte, il giovane prete incaricato a controllarci ci offrì dei canederli in brodo e un bicchiere di vino, smentendo in parte la pessima impressione che ci aveva fatto inizialmente.

Finito il caldo e corroborante pasto, preparammo i costumi di scena e ripassammo un’ultima volta il copione; ormai mancava poco alla prima replica e io non riuscivo a smettere di tremare dall’emozione. Quando giunse finalmente il tanto agognato debutto, sotto il palco si era già radunata una piccola folla, composta principalmente da bambini coi loro genitori. Conoscendo il pubblico e ben consapevole delle difficoltà di molti membri della compagnia con la lingua, il maestro Saitò aveva preparato uno spettacolo semplice e divertente, incentrato su una tipica giornata di una famiglia francese di periferia. Heichi interpretava il nonno defunto e svolgeva il ruolo di voce narrante; io, che parlavo meglio il francese, interpretavo sua nipote e avevo più battute rispetto ai miei compagni, che comunque erano pronti per dare il meglio di se di fronte al pubblico.

Era trascorso quasi un anno dall’ultima volta in cui ero montata su di un palco e da ancor più tempo non vi recitavo seguendo un vero copione. Come apparii da dietro le quinte, il pubblico trattenne il fiato e io fui colta da una passione tanto potente da mandarmi in estasi. Ho vaghi ricordi di quel primo debutto, ma rammento chiaramente che fu un successo e molti degli spettatori promisero di tornare anche alla replica finale.

Nella seconda esibizione, riuscii a non farmi sopraffare dall’enorme ardore che mi avvampava nel petto e tentai addirittura di cavalcarlo, ma fu ciò che mi disse Heichi prima dell’ultima spettacolo a sbloccarmi del tutto: « Non avere paura della tua forza, se sei tu la tempesta; sai come esprimere ciò che hai dentro, devi solo lasciarlo fluire.»
Quando salii per la terza volta sul palco, la mia irruenta e narcisistica natura cercò di prendere nuovamente il sopravvento, ma, invece di tentare di bloccarla alla bocca dello stomaco, le permisi di invadermi il corpo. Come una seconda pelle, amplificò ogni mia emozione ed espressione, ipnotizzando il pubblico in un’estasi di familiarità ed allegria. Al solo sentire la mia voce, nuovi spettatori si aggiungevano alla moltitudine di persone che già invadevano la piazzetta e, a ogni battuta, un coro di risate echeggiava per tutta Chambèry.

Terminata la terza replica, la compagnia salutò il pubblico con un inchino e quest’ultimo ci ringraziò con grida d’ovazione e scroscianti applausi. Molti degli spettatori vollero congratularsi con me personalmente e, nonostante la calca non facesse che aumentare, cercai di accontentarne il più possibile. Prima di lasciare i miei nuovi ammiratori, un uomo ben vestito che aveva assistito allo spettacolo si fece spazio tra folla e mi consegnò un volantino: era un invito a una competizione per opere inedite tra gruppi teatrali a Orléans, poco distante da Parigi.

I miei compagni, già esaltati per il grande successo riscosso, esultarono di gioia quando mostrai loro il manifesto: il torneo si sarebbe svolto ad aprile, avevamo tempo per prepararci e inoltre potevamo contare sul nostro maestro, il miglior sceneggiatore di Europa. Come sapesse che stavamo parlando di lui, Heichi ci raggiunse dietro le quinte, pronto a redarguirci per gli eccessivi schiamazzi e a ordinarci di aiutarlo a caricare il carro.

«Non abbiamo tempo per festeggiare.» ci rimproverò, severo « È già buio e ancora non abbiamo smontato il palco. Di questo passo, torneremo all’accampamento ben oltre la mezzanotte e, una volta lì, non permetterò a nessuno di dormire fino a che ogni cosa non sarà messa al suo posto

« Maestro! » si fece avanti Enrico, sorridente nonostante la lavata di capo « Guardi cosa ci ha portato Nera!» concluse, mostrandogli il volantino.

Heichi, interessato al motivo di tanto chiasso, prese l’invito e lo lesse con attenzione;. Inizialmente fu entusiasta quanto noi nello scoprire cosa fosse, poi, qualcosa scritto sul manifesto, lo incupì: d’improvviso, il suo umore cambiò e la sua espressione, solitamente severa, divenne rabbiosa.

«Non avete sentito cosa vi ho ordinato?» ci ringhiò, accartocciando il volantino e gettandolo a terra «Sistemate tutto e caricate il carro, immediatamente!»

Detto ciò, il maestro abbandonò le quinte e, furibondo, tornò sul palco a smontare gli oggetti di scena. Sorpresi e impauriti da quella sfuriata, i membri della compagnia smisero di festeggiare e, obbedienti, eseguirono gli ordini senza fare domande; solo io ebbi il coraggio di raccogliere il volantino da terra, fermamente intenzionata a non perdere quella grande occasione.


capitolo successivo ›

< capitolo precedente

Indice

dicembre 15, 2017

Rispondi