Romanzo drammatico fantasy Nera Luna, cap.23: Una magnifica serata.

Caricati frettolosamente i carri, partimmo alla volta del confine piemontese. La nostra meta era il passo del Piccolo San Bernardo, dove un nostro contatto nella polizia di frontiera ci avrebbe permesso di passare senza essere registrati. Avremmo dovuto pagare il servizio con le nostre capre, ma il furto subito ci aveva lasciato privi di qualsiasi merce di scambio.

Non trovando altre soluzioni, ripensai al tesoretto segreto di Fabrizio: ero con lui quando ne aveva attinto ed ero certa di poterlo ritrovare facilmente. Sicura di ricordare dove fosse nascosto, raggiungi il più grande dei nostri carri e iniziai a cercare sotto le travi d’assetto. Trovai un sacchetto pieno di denaro legato a un chiodo sporgente e, nel raccoglierlo, percepii un lieve rimorso; non volevo essere io ad approfittare nuovamente della generosità di Fabrizio, per cui consegnai l’intera somma al maestro Saitò, sicura che ne avrebbe fatto buon uso.

Raggiunto il posto di blocco, scoprimmo che il nostro contatto era un vecchio amico d’infanzia di Enrico, di nome Gennarino: un uomo torvo e schietto, avvolto in un grosso cappotto militare scuro. Quest’ultimo fu entusiasta di essere pagato in lire anziché in capre e il maestro riuscì anche a spuntare un buon prezzo.

Passammo il confine senza problemi e con qualche soldo in più del previsto, ciononostante continuavo a non sentirmi in pace: le persone che mi si stavano vicine morivano o si innamoravano di me, perdendo tutto. Fino a pochi mesi prima non riuscivo a concepire il male che causavo, ma da quando mi ero unità alla compagnia teatrale di Heichi, qualcosa stava cambiando: le mie emozioni, sebbene sempre amplificate, stavano sviluppando più sfaccettature, come se stessero cercando nuovi modi per esprimere il peso che mi gravava nel cuore.  Sebbene in quel periodo fossi una miscela di passione, cinismo e senso di colpa, la mia natura e l’amore di mia madre mi spingevano a non arrendermi e ad andare avanti.

Approfittando della splendida giornata di sole, il maestro Heichi decise di non fermarsi per il pranzo e proseguire fino al tramonto, in modo da lasciare più distanza possibile tra noi e l’Italia. Era già buio quando trovammo riparo in un capanno abbandonato nei pressi di Albertville, dove decidemmo di restare un’altra notte, in modo per da far riposare completamente i cavalli.

All’alba del quarto giorno abbandonammo le Alpi e ci inoltrammo in un labirinto di gole e vette ripide. Il paesaggio era brullo, roccioso, selvaggio e, sebbene non si notasse a prima vista, carico di vita: una moltitudine di impronte d’animale decoravano la neve candida e diversi fili d’erba scura spuntavano dalla coltre come aghi; il sole, riflettendosi sul manto bianco, era accecante e scottava la pelle del viso, inondandola di un piacevole tepore.

Aggirato l’ultimo picco, nonostante mancasse ancora qualche ora al tramonto, Heichi decise di fermarsi in uno spazio pianeggiante, vicino a un villaggio ai piedi di un grosso altopiano rettangolare. Aspettandoci di dover scaricare i carri, io e i miei compagni ci radunammo in cerchio attorno al maestro, in attesa dei suoi ordini.

«Miei cari allievi,» annunciò quest’ultimo, profondamente stanco, sia nel viso che nella voce «Guardandovi in volto, mi rendo conto di quanto abbiamo perso per arrivare fin qui. Ormai, siamo in fuga da così tanto tempo da esserci dimenticati del perché scappiamo: avere la libertà di esprimere sul palco ciò che vogliamo.» e, anch’egli commesso per ciò che stava per dire, concluse: «Qui in Francia non siamo latitanti e potremo portare in scena qualsiasi opera vogliamo…finalmente non abbiamo più bisogno di fuggire!»

Nel sapere quella semplice verità, fui la prima a sollevare i pugni verso il cielo e ad esultare «SIAMO LIBERI!», seguita poi dal coro sguaiato e carico di gioia del resto della compagnia.

«Fate bene a esultare!» continuò il maestro, commosso da tanta euforia « Aiutatemi a scaricare ciò che ci serve per la notte, poi festeggeremo, in onore degli amici perduti e della libertà!»

«Sì!»

Gridammo in coro e, smaniosi di festeggiare, corremmo ai carri per scaricare cibo, coperte e vettovaglie. Finito di montare il campo, il maestro ordinò agli uomini di andare a caccia, mentre alle donne diede il compito di aiutarlo ad accendere il fuoco. Alle prima ombre del tramonto, tre marmotte e due fagiani arrostivano sul nostro falò che, carico di speranza, illuminava il buio incombente.

Sfinita e gratificata dal duro lavoro, gettai un telo impermeabile sull’erba gelata e, usando uno zaino come cuscino, mi ci sdraiai. Pensierosa, iniziai a fissare il cielo sgombro e tempestato di stelle lucenti: la volta francese, per quanto simile a quella italiana, mi appariva misteriosa, affascinante e costellata di nuove opportunità.

Anche i miei compagni erano contagiati dalla mia stessa sensazione di leggerezza e, nel mentre si preparavano alla serata, ognuno di loro esprimeva il proprio buonumore a suo modo: Edda ed Enrico andavano d’amore e d’accordo, Patrizio e Roberto canticchiavano una canzonetta livornese, mentre Graziella e Matteo giocavano vicino al fuoco in compagnia di Alice, finalmente un po’ più di buon umore.

Quando Heichi tolse dal fuoco la cena, ci chiamò a raccolta e, a turno, ci servi la nostra porzione. Via via che il maestro tagliava l’arrosto, l’aroma della carne speziata con rosmarino secco e un filo d’olio impregnò la brace, pervadendo poi nell’accampamento. Per l’occasione, Patrizio tirò fuori dalla sua sacca un paio di bottiglie di vino, rubate al suocero prima di rompere il suo fidanzamento combinato.

Finito di cenare, Enrico prese dal carro una vecchia chitarra e, dopo averla accordata alla ben meglio, intonò una vecchia canzone popolare. Sua moglie Edda, riconoscendo la melodia, arrossì vistosamente ma, passato l’imbarazzo iniziale, iniziò a cantare: la sua voce, sorprendentemente melodiosa e intonata, cavalcava l’accompagnamento musicale, senza mai sovrastarlo.

Spinti dall’irresistibile ritmo, tutti i presenti incominciarono a battere le mani e i bambini, euforici per via di qualche goccia di rosolio offerto da Roberto, si lanciarono in un ballo scalmanato attorno al fuoco. Stavo applaudendo, quando d’improvviso, tra un volteggio e l’altro, Graziella mi afferrò i polsi e mi coinvolse nella danza. Colta di sorpresa e imbarazzata, sulle prime risultai goffa e impacciata ma, col procedere della melodia, il mio corpo si abituò al ritmo.

Ballammo per ore sotto il chiarore delle stelle, vegliati dal fuoco e dalla luna. Grazie all’alcool e a tutto quel movimento, non ci scoraggiò neppure il freddo pungente e continuammo i festeggiamenti finché non esaurimmo tutta l’euforia. Sfogata la lunga repressione, ognuno andò a coricarsi nel proprio giaciglio, tutti eccetto me e Heichi: restammo per qualche minuto fuori, seduti sul telo impermeabile, a guardare le stelle in silenzio.

«Ammirare una notte splendida è il miglior modo per rendere indimenticabile una magnifica serata.» mi confidò, prima di alzarsi «Fa’ buon riposo, Nera.» mi augurò, incamminandosi verso la sua tenda.

«Buonanotte.» Risposi, sorridendo e, rimasta sola, continuai a fissare le stelle: erano brillanti, lontane e molto malinconiche; restavano ancora affascinanti e misteriose, eppure mi ricordavano che le persone con cui avrei voluto ammirarle non c’erano più. Rattristata dai ricordi, abbassai lo sguardo e, indispettita dall’essermi rovinata l’allegria, andai a dormire.


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dicembre 9, 2017

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