Romanzo drammatico-fantasy “Nera Luna”, cap.21: L’inverno del ’35.

Cari lettori,
La pubblicazione del primo romanzo breve di “Grimock il Toro Nero” mi ha preso più tempo del previsto, soprattutto a causa dello spietato ritorno di Tk Zuma, l’ernia indimenticabile.
Nonostante sia ancora bloccato in posizione orizzontale e debba usare il portatile con moderazione (l’equilibrio della mia spina dorsale è precario), ho finalmente ripreso in mano “Nera Luna”, progetto che ho intenzione di chiudere entro la prossima estate.
Dato che frega poco a tutti della vita dello scrittore, vi lascio al romanzo drammatico-fantasy “Nera Luna”, cap.21: L’inverno del ’35.
Buona Lettura,
Piombo.

Nei capitoli precedenti del romanzo drammatico-fantasy “Nera Luna”: Fuggita da Milano dopo aver aggredito Carlo Del Moro, Nera Luna si unisce a una compagnia teatrale itinerante. Il capo di quel manipoli di attori, un vecchio orientale di nome Heichi, lega immediatamente con la ragazza e la prende come propria allieva.


Non credo scorderò mai il rigido inverno del ’35. Erano già otto mesi che viaggiavo con la compagnia del maestro Heichi e non avevamo ancora portato in scena un singolo spettacolo. Non restavamo per più di un paio di notti nello stesso posto, evitavamo non solo le grandi città ma anche le piccole province e viaggiavamo per lo più di notte, nascondendoci nei boschi alla prime luci dell’alba. Più ci avvicinavamo al confine, maggiori erano i rischi di farci trovare dalle pattuglie fasciste; il regime e il suo Duce erano osannati in tutta Italia e, per quanto innocui, noi eravamo etichettati come dissidenti.

Speravo che una volta raggiunte le Alpi piemontesi saremo stati al sicuro, ma un pomeriggio il tempo cambiò bruscamente e un’improvvisa tormenta di neve ci obbligò a fermarci. Colti alla sprovvista, il maestro Heichi ordinò a Roberto di aiutarlo con gli animali e a noi altri di cercare un riparo. Percependo la furia della tempesta aumentare, presi in braccio Graziella e la caricai sul carro più vicino. Stavo per seguirla quando, alle mie spalle, Fabrizio mi raggiunse barcollando: era ferito alla testa e tamponava il sangue con la mano; lo soccorsi rapidamente e assieme salimmo sul carro.

Per più di un’ora restammo rannicchiati tra i barili, coperti da un telo di cuoio e sopraffatti della tormenta. Spaventata dalla furia del vento, abbracciai i miei compagni e, in silenzio, pregai mia madre di calmarsi e di non farci del male. Intenerita dalla mia voce, la bufera si placò, permettendoci di sollevare il telo e uscire dal cumulo di neve che ci aveva sommerso.

I carri non sembravano aver subito danni, ma attorno a noi tutto era sepolto sotto una soffice coltre bianca. Roberto era riuscito a trovare un rifugio agli animali tra dei vecchi ruderi di pietra e, eccetto il ramo caduto in testa a Fabrizio, tutti i membri della compagnia stavano bene. L’unico intoppo che la tormenta aveva lasciato era l’enorme quantità di neve che bloccava il sentiero.

«Non perdetevi d’animo.» ordinò il maestro Saitò, prendendo subito il controllo della situazione «Enrico, Roberto e Patrizio penseranno a liberare i carri e a rendere agibile il sentiero; Edda penserà a Matteo e Graziella, mentre io, Alice e Susanna cercheremo della legna da ardere.»

«E io?» obbiettai, sentendomi esclusa.

« Fabrizio è ferito.» affermò Heichi « Prenditene cura e assicurati che riposi.»

« Ma…!» provai a oppormi.

« Niente ma.» rispose duramente il maestro.

Arresami, chinai il capo, ma Fabrizio, per nulla d’accordo, intervenne nella discussione.

«Prima della tormenta ho notato un cartello lungo il sentiero, indicava un borgo poco distante. Potrei raggiungerlo e comprare delle provviste.» suggerì.

«Non se ne parla.» replicò Heichi «Sei ferito e comunque non abbiamo denaro.»

«È la compagnia a non averne.» puntualizzò il ragazzo « Ho messo da parte un piccolo gruzzoletto per i casi d’emergenza e credo sia arrivato il momento di usarlo

«Ti ringrazio per la tua generosità.» rispose il maestro Saitò, colpito dal gesto di Fabrizio «ma ciò non cambia il fatto che tu sia ferito.»

«Allora permetti a Nera di accompagnarmi.» propose lui, sorprendendo sia me che Heichi.

«Mi sembra un’ottima idea!» confermai, elettrizzata al pensiero di stare in mezzo a delle persone dopo tanti mesi di isolamento.

«…D’accordo,» annuì il maestro, accarezzandosi nervosamente i baffi «ma cercate di non attirare l’attenzione e tornate prima che faccia buio.»

Entrambi accettammo, pronti a qualsiasi restrizione pur di staccare per qualche ora dalle ansie del viaggio e, una volta che Fabrizio ebbe recuperato il suo tesoretto dal nascondiglio segreto, ci incamminammo verso il borgo.

A causa della neve impiegammo quasi un’ora per arrivare alla nostra meta e, una volta raggiunta, ne restammo delusi: un paesello abbarbicato a una cresta montuosa, composto da una manciata di case ammucchiate attorno a una minuta piazza circolare; c’erano diverse persone lungo l’unica strada principale, intente a spalare via la neve.

Scendemmo circospetti lungo il ripido sentiero e, raggiunte le prime abitazioni, iniziammo a guardarci attorno alla ricerca di un emporio aperto. Ne trovammo uno all’angolo opposto della piazzetta centrale e fu semplice sgattaiolarvi all’interno senza attirare l’attenzione; per nostra fortuna, i pochi cittadini erano troppo occupati a liberare la strada per notare due stranieri silenziosi.

  1. Il suono della campanella attaccata alla porta avvertì il proprietario del negozio del nostro ingresso: un uomo anziano, con indosso una camicia a scacchi con le maniche rimboccate sino ai gomiti, fece capolino da un grosso bancone di legno chiaro; nel vederci, controllò torvo i due grossi scaffali semi vuoti fissati alle pareti laterali, per assicurarsi che non mancasse niente.

«Chi siete? Cosa volete?» ci sbraitò contro, indispettito dall’avere nuovi clienti.

«Buonasera signore,» salutò Fabrizio, facendo un lieve inchino «Scusate il disturbo ma saremo interessati a dare un’occhiata alla sua merce. Eravamo in viaggio lungo il sentiero qui vicino quando…»

«Bòja fàuss! Non mi interessa!» imprecò il negoziante «Siamo chiusi per neve! Fuori di qui!»

«Aspetti!» tentò di mediare Fabrizio «Le giuro che le ruberemo poco tempo!»

Il vecchio, anziché rispondere, continuò a imprecare in dialetto e, gesticolando nervosamente, ci fece intendere di non essere graditi.

«Lo ascolti, signore.» intervenni, abbassandomi il cappuccio e liberando il mio fascino infallibile «Siamo rimasti bloccati per via della neve, abbiamo bisogno di viveri e il suo è l’unico negozio aperto; abbiamo di che pagare e le ruberemo solo pochi minuti.»

« Ma…ma certo, signorina! P…per una così bella donzella q…questo ed altro!» balbettò il vecchio, sorridendo imbarazzato «Bastava chiederlo gentilmente!» puntualizzò, lanciando un’occhiataccia a Fabrizio.

«Non volevo offenderla,» tentò di scusarsi quest’ultimo «era solo che, ecco, le stavo spiegando che…»

«Se non compri ti butto fuori a calci, Bòja fàuss!» lo zittì il negoziante.

Ritemprata da quella boccata di rustica allegria, iniziai a sorridere e Fabrizio, nel vedermi così insolitamente felice, mi suggerì di approfittare dell’occasione per fare quattro passi nel borgo.

«Il maestro Saitò mi ha scritto una lista di tutto ciò che gli serve.» mi tranquillizzò «E non preoccuparti della testa, sto bene! Non sono di certo il primo uomo colpito da un rametto in un bosco, me la caverò!»

ֿSmaniosa di godermi a pieno la neve, non me lo feci ripetere; infondo, era la prima volta che ne vedevo tanta tutta assieme. Una volta fuori dall’emporio, respirai a pieni polmoni l’aria frizzante della montagna e, ritemprata, iniziai a camminare, aspettando che qualcosa mi solleticasse il cuore. Passeggiando, notai che gli abitanti avevano ammucchiato la maggior parte della neve in un angolo della piazza e un gruppo di ragazzini ne stava approfittando per costruire fortini e fare a pallate.

Mossa da un primitivo e vivace capriccio, raggiunsi quei bambini e, individuata la squadra in svantaggio, mi ci aggregai. Fu una battaglia estenuante e senza esclusioni di colpi, dove non mancarono sorprese, difese estenuanti e cariche impetuose. Stavamo per lanciarci nell’ultimo assalto, quando vidi Fabrizio venirmi incontro: non correva, ma procedeva spedito e sembrava molto nervoso.

« Dobbiamo andare.» mi ordinò; era visibilmente preoccupato e sudava freddo.

«Cosa succede, Fabrizio?» gli chiesi, facendo cenno alla mia squadra di aspettare «Stiamo vincendo e non vorrei lasciare la sfida sul più bello.»

«Degli uomini delle Brigate Nera ti stanno cercando; dobbiamo andarcene, subito!» mormorò, irrequieto.

Sobbalzai dal terrore; solo una persona poteva avere tanto potere da sguinzagliarmi contro le Brigate Nere: Carlo Del Moro. Inorridita dai ricordi legati a quell’uomo, mi rimisi il cappuccio in testa e, afferrato il braccio di Fabrizio, ci dirigemmo veloci verso la foresta.

Sicuri che nessuno ci avesse notato, raggiungemmo il nostro accampamento prima del previsto. Eravamo stati via solo un paio d’ore, ma Enrico, Roberto e Patrizio avevano già liberato una buona parte del sentiero, mentre Heichi, assistito da Susanna e Alice, aveva acceso un debole falò a pochi metri dai carri. Vedendoli sani e salvi, sia io che Fabrizio tirammo un sospiro di sollievo e, coscienti di doverli avvertire del pericolo, corremmo immediatamente a informare il maestro Saitò.

«Maestro Saitò,» lo chiamò Fabrizio, ancora col fiatone «Abbiamo un grosso problema.»

«Cosa è successo di tanto grave da non concederti neppure di riprendere fiato?» domandò Heichi, lasciando le gemelle ad occuparsi del fuoco.

«Le Brigate Nere sono nel villaggio!» risposi, ancora spaventata.

«Le Brigate Nere?» intervenne Alice, preoccupata «Che ci fanno in un posto così sperduto?»

«Stanno cercando me!» spiegai, colpevole di aver coinvolto i miei nuovi compagni «Dobbiamo andarcene via, subito.»

«Siamo ancora bloccati dalla neve…non possiamo fuggire!» obiettò Susanna «Ci arresteranno!»

«Nessuno se ne andrà o sarà arrestato.» ci rassicurò il maestro Saitò, autoritario «Fabrizio, raccontami cos’è successo.»

«Raggiunto il paese, siamo entrati nell’unico emporio aperto.» iniziò a raccontare il ragazzo «Stavo pagando il proprietario quando sono arrivati due uomini delle Brigate Nere. Ci hanno chiesto se avevamo notato volti nuovi nel paese, soprattutto una bella ragazza dai capelli corvini. Per nostra fortuna, Nera era uscita pochi minuti prima e il negoziante ci ha coperti.»

«Vi ha visto qualcun altro?» domandò Heichi.

«No,» risposi « Soltanto dei bambini; siamo stati attenti.»

«Non è solo questo il problema.» rincarò Fabrizio «Prima di andarsene, i due soldati ci hanno informato che c’è un premio in denaro per chiunque collabori alla tua cattura

La notizia di essere una ricercata mi lasciò senza parole e impallidii nell’immaginarmi i motivi per cui Carlo potesse volermi viva. Nel vedermi così agitata, il maestro Saitò mi si avvicinò e con un braccio mi cinse affettuosamente le spalle.

«Non preoccuparti.» mi rincuorò «Non permetteremo che ti portino via.» poi, rivolgendosi a gli altri membri della compagnia, continuò «Nessuno sarà portato via. La neve ha bloccato sia noi che chi ci dà la caccia. Gli uomini hanno fatto un ottimo lavoro col sentiero, per cui approfitteremo dell’ultima ora di luce per proseguire e, domattina, ripartiremo alle prime luci dell’alba.»

Impaziente di allontanarmi il più possibile dagli spettri del mio recente passato, cercai con la mano quella di Heichi e gliela strinsi forte. Avevo paura di Carlo ma quel che più mi terrorizzava era ciò che avrebbe fatto ai miei amici se ci avesse trovati.

Spento il fuoco e nascoste le nostre tracce, ci mettemmo in marcia verso il confine e, al calar del sole, ci fermammo in una radura circondata da un fitto sottobosco, poco distante dalla strada. Costretto dal freddo pungente, Heichi accese un piccolo falò e, ordinato alla compagnia di mimetizzare i carri con sterpi e rami, chiese due volontari per montare la guardia.

Oppressa dal senso di colpa per aver messo in pericolo i miei amici, mi offrii volontaria e così fece anche Fabrizio, forse per scusarsi di avermi convinto a seguirlo nel villaggio. Il maestro Saitò non ebbe nulla da obbiettare e, dopo averci ripetuto più volte di svegliarlo al minimo segnale di pericolo, ci fece vedere il rialzo di terra da cui avremo dovuto fare la guardia.

Raggiunto il punto indicatoci, mi accomodai ai piedi di un olmo montano, mentre Fabrizio si sedette qualche metro più distante da me. Quest’ultimo arrossì quando gli chiesi di avvicinarsi per condividere la coperta e, sebbene avesse accettato di sistemarsi al mio fianco, non mi rivolse parola fin dopo la mezzanotte; entrambi restammo incantati a guardare le stelle, probabilmente alla ricerca di un desiderio da esprimere.

«Vuoi sentire una storia?» mi chiese Fabrizio, d’improvviso.

Incuriosita dal suono strano atteggiamento, annuii.

«C’era una volta un bambino che voleva diventare uomo. Sebbene fosse solo il figlio di un contadino, voleva essere importante e salvare la sua patria dall’ignoranza; era così ossessionato dal sapere che studiò senza sosta e presto la sua adolescenza passò. Quel bambino, diventato ormai adulto, capì che la sua più grande paura era mettersi alla prova nel mondo reale. Un giorno, nei pressi del suo paese, si accampò una compagnia di teatro itinerante: persone chiassose, colorate, strane e indiscutibilmente libere. Nel vederli, quel bambino ne rimase tanto affascinato da decidere di abbandonare tutto e seguirli; avrebbe vissuto le avventure che per anni si era precluso.»

«Sei tu il bambino della storia, vero?» domandai, ridacchiando.

«È così scontato?» replicò Fabrizio che, imbarazzato, cercò di spostare l’attenzione su di me «Tu non hai storie da raccontare?»

Eccome se ne avevo, ma non da raccontare; scossi il capo e tornai a guardare le stelle.

«Non dirmi stronzate.» insistette lui «Ti abbiamo trovata in un bosco più morta che viva e sei addirittura inseguita dalle Brigate Nere!»

«Mi stai giudicando?»  ribattei, offesa dalla sua impertinente ostinazione «Non tutti hanno la fortuna di crescere con un padre, tanto meno con uno disposto a tanti sacrifici pur di permetterti di studiare!»

«Non volevo offenderti.» cercò di scusarsi Fabrizio, colpito nell’orgoglio «È solo che percepisco l’inquietudine che ti affligge e non sopporto che una ragazza incredibile come te se ne faccia carico in silenzio. Sei speciale, l’ho capito dal primo momento in cui ti ho vista, e, anche se so di non essere un granché come interlocutore, vorrei che tu ti fidassi di tutta la compagnia, non solo del maestro Saitò

Sorrisi, imbarazzata; forse era l’aria fresca o gli insegnamenti del maestro, ma mi sentivo diversa. Presi un profondo respiro e, dopo aver buttato fuori le ansie e le paure, iniziai a raccontare: gli parlai del salice, di mio padre e della sua morte; evitai di scendere nei particolari, ma ammisi anche l’omicidio di Mario, la fuga a Milano e le notti di prostituzione nella casa di Madame Melissa; gli rivelai addirittura di Carlo Del Moro, di quello che aveva fatto e dell’ossessione che nutriva nei miei confronti; terminata la mia storia, mi sentii svuotata, libera da un peso, ma al contempo fragile e ferita.

«Ne hai passate davvero tante, Nera!» affermò Fabrizio, un po’ scioccato «Confesso che se fossero capitate a me, non sarei sopravvissuto!»

«L’istinto alla sopravvivenza è una cosa innata.» assicurai «Morire è più difficile di quanto si pensi.»

«Sarà…» obbiettò «ma non credo siate in molti a possedere il tuo sangue freddo.»

«Da come dici sembra quasi che tu mi creda capace di qualsiasi cosa.» contestai, involontariamente maliziosa.

«Non è quello che intendevo!» farfugliò Fabrizio, visibilmente in imbarazzo « È solo che non ho mai incontrato qualcuno come te: sei diversa dagli altri, hai qualcosa di unico, magico

«Che intendi dire?» gli domandai, curiosa di sapere ciò che pensava di me.

«Che credo di essermi preso una grossa cotta per te.» mi rivelò, arrossendo e chinando il capo per la vergogna.

Meravigliata da quella genuina e inaspettata dichiarazione, ebbi un sussulto al cuore: era da tempo che non provavo attrazione per gli uomini ma, in quel momento, sotto la luce delle stelle, percepii un impetuoso desiderio avvamparmi dentro. L’aria pungente, la reciproca vicinanza e il silenzio dei boschi stimolarono la mia audacia: poggiai la mano sulla coscia di Fabrizio e gliela accarezzai fino a raggiungere l’inguine.

«Che…che fai?» mi chiese lui, imbarazzato.

«Ti ripago con una storia da ricordare.»

Detto ciò, lo baciai dolcemente, lo afferrai per le spalle e montai a cavalcioni su di lui. Ansiosa di dare sfogo alle mie voglie, mi calai i pantaloni e altrettanto feci coi suoi. Quando le nostre intimità si incontrarono, lasciai che il mio istinto prendesse il sopravvento e permisi alla mente di viaggiare. Consumato il rapporto, ci addormentammo soddisfatti ai piedi dell’olmo, troppo beati per impedire la tragedia che di li a poco sarebbe avvenuta.


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novembre 2, 2017

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