[Romanzo drammatico – fantasy gratuito] Nera Luna, cap.18: La sfida.

Cari lettori,
rimasto indietro più per stanchezza che tempo, chiedo venia e vi lascio al nuovo capitolo del romanzo drammatico-fantasy gratuito “Nera Luna”: La sfida.
Per qualche mese continuerò con la sola pubblicazione di Nera Luna e nel frattempo andrò avanti con la correzione di Grimock il toro nero!
Buona Lettura,
Piombo

Nei  capitoli precedenti del romanzo drammatico-fantasy gratuito “Nera Luna”: Dopo essere sfuggita dalle grinfie di Carlo del Moro ed essere  stata sorpresa a rubare nei boschi, Nera Luna accetta l’invito di uno strano orientale di nome Heichi a unirsi a una compagnia teatrale itinerante, la quale ha l’obbiettivo di fuggire dall’Italia e dal fascismo.


 

Col gruppo teatrale del maestro Saitò eravamo sempre in movimento, ci fermavamo giusto per mangiare, riposare e fare esercizi. Tutti i nostri averi erano in tre carri e avevamo inoltre cinque cavalli, quattro capre e qualche gallina. La nostra meta era chiara: guardare avanti, oltre a un paese affetto da pensieri nazionalisti e suicidi; paradossalmente, l’essere in disaccordo col governo ci rendeva ancor più difficile lasciarcelo alle spalle.

Nessuno di noi raccontava molto di ciò che abbandonava dietro di sé ma, col tempo, imparai a conoscere i miei nuovi compagni: c’era Edda, Enrico e il figlio Matteo, Patrizio, Roberto, Fabrizio, Alice, Susanna e la piccola Graziella; imparai ad amarli per le loro grandi e piccole diversità.

 

Edda, Enrico e il giovane Matteo erano scappati dal sud per via di uno strozzino palermitano; non avendo di che pagare, avevano deciso di fuggire ed erano stati i primi ad unirsi a Heichi. Edda era in carne, aveva i capelli biondi raccolti in una crocchia e indossava spesso un grembiule rosso con una grossa tasca centrale, in cui teneva vecchi ricordi o qualche biscotto. Enrico era alto, magro, coi ricci neri e arruffati: perennemente raffreddato, si lamentava continuamente dell’eccessivo freddo o del caldo torrido. Il figlio di tredici anni, Matteo, aveva preso caratteristiche da entrambi i genitori: era basso per la sua età, grassottello e coi capelli chiari spettinati; parlava poco, se non per dare ragione al padre o alla madre.

Patrizio era un giovanotto taciturno, di origini livornesi, gran lavoratore, basso di statura e con un fisico possente. I capelli estremamente corti e la barba incolta gli donavano un aspetto selvaggio, in netto contrasto con l’animo buono e introverso. Si era unito al gruppo teatrale per fuggire alle responsabilità di un matrimonio combinato e portava ancora al collo l’anello fidanzamento donatogli dalla madre come benedizione; lo accarezzava spesso, forse vittima di qualche ripensamento o brutto ricordo.

 

Roberto, un ex tagliatore di marmo massese, era un omaccione grosso e corpulento. Per una strana malattia non aveva peli in nessuna parte del corpo e, quando beveva del vino, le sue guance rosse si coloravano tanto da sembrare incandescenti. Era molto bravo come attore, ma era costretto a disegnarsi le sopracciglia col carbone per far meglio comprendere le emozioni che voleva trasmettere. Il suo vocione era il primo a echeggiare nell’accampamento alla mattina e il suo russare rendeva quasi impossibile il dormigli accanto.

 

Fabrizio, forse il più stravagante della compagnia, di primo acchito poteva apparire anonimo o addirittura banale: corporatura e altezza nella media, occhi castani nascosti da un paio di spessi occhiali tondi e capelli scuri pettinati all’indietro. Per supplire al suo aspetto ordinario, indossava abiti sgargianti, dai colori vivaci e appariscenti. Era molto acculturato, avvolte saccente, ma mai cattivo; si era unito alla compagnia desideroso di girare il mondo e scoprire cose nuove.

 

Alice e Susanna erano sorelle gemelle: capelli rosso acceso, pelle chiara, viso acqua e sapone e occhi verdi; identiche nell’aspetto, non fosse stato per il taglio di capelli, la prima molto corto e la seconda lungo fino sotto le scapole. Avevano ventiduenne anni e condividevano un passato di sporadiche apparizioni teatrali e prostituzione. Alice, la più combattiva e sfacciata delle due, era nata per prima e le piaceva definirsi la sorella maggiore, cosa che a Susanna non dispiaceva, soprattutto per il carattere timido, impacciato e remissivo.

 

Graziella, la più giovane dei membri della compagnia, aveva solo undici anni ed era orfana: sia il padre che la madre erano morti durante dei disordini a Roma e non per particolari credi politici, ma per l’essere semplicemente stati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Fortunatamente per Graziella, il maestro Saitò la trovò quasi morta di fame in una strada secondaria, poco lontano dalla sparatoria: i genitori avevano avuto l’arguzia di nasconderla dietro a dei cassoni, poco prima che la situazione degenerasse.

 

L’unico di cui non sapevo niente era lo stesso Heichi: parlava poco di sé e ancor meno del suo passato. Sebbene tutti lo chiamassero maestro, nessuno dei suoi allievi sapeva da dove provenisse o del perché si trovasse in Italia: girava voce che avesse lavorato alla corte del Re, ma le cose non erano andate bene ed era stato costretto ad andarsene; personalmente credevo poco a quella storia, ma tutti i membri della compagnia ne erano convinti e si infastidivano quando la mettevo in discussione.

 

Eccetto qualche normale screzio o piccolo litigio, l’atmosfera al campo era quasi sempre allegra e, ben presto, mi ritrovai a pensare ai miei compagni come una specie di strana nuova famiglia.  Ringrazio ancora mia madre per avermi fatto perdere e ritrovare; sentivo la mano del destino su di me e decisi di accettarne il tocco senza timore. Ogni notte, ci accampavamo in una diversa radura e ritrovai il piacere di osservare il mondo con gli occhi di chi ha molto da imparare. Prima di coricarci, Fabrizio ci allietava con una delle sue storie, puntualmente interrotte dalle battute sconce di Roberto e all’alba facevamo esercizio.
Se c’era sufficiente tempo o spazio  montavamo il palco, pur sapendo che il maestro Heichi non ci avrebbe permesso di usarlo. A dir la verità non avevamo neppure un vero spettacolo da mettere in scena e, al di fuori della ginnastica mattutina, ognuno si esercitava come meglio credeva.
Una gelida mattina di novembre, più desiderosa del solito di montare sul palco o forse solo infastidita dall’inverno ormai alle porte, decisi di affrontare Heichi e chiedergli il perché di tutte le sue stranezze. Lo trovai poco lontano dal campo, in mezzo al bosco, seduto a gambe incrociate su una stuoia, chiuso in una profonda meditazione; inizialmente intenzionata a lasciarlo finire, attesi qualche minuto prima che la mia impazienza prendesse il sopravvento:

 

« Perché non ci permetti di provare sul palco?» chiesi, bruscamente.

 

Heichi ispirò ed espirò profondamente cinque volte, prima di rispondere:

 

« Noi proviamo tutti i giorni; anche tu partecipi.» disse, pacato.

 

« Stai parlando dei tuoi stupidi esercizi? » domandai, ironica « Come se potessero servire a qualcosa in un vero teatro!»

 

Il vecchio Saitò, infastidito dalla mia superbia, interruppe la meditazione e mi squadrò severo.

 

« Il teatro non è solo parole.» mi rimproverò « Le parole non hanno significato senza espressione e movimento

 

« Quel che dici non ha senso!» affermai « Ancora non lo sai, ma io sono la tua migliore attrice!»

 

Heichi ridacchio, sarcastico.

 

« Sei arrogante.» sentenziò « un bravo attore non antepone mai sé stesso al teatro, perché solo il pubblico potrà dirti se sei la migliore

 

« Cosa? » domandai, ferita nell’orgoglio: già in passato mi erano state rivolte le stesse identiche parole e mai avrei pensato di risentirle « Mio padre mi disse le stesse cose…»

« Tuo padre è un uomo saggio.» commentò Heichi « Qual’è il suo nome?»

« Degòth…Degòth Luna.» risposi, fiera.

« Oh! » esclamò il vecchio Saitò «  Dunque sei la figlia di Dario Parsilli? »

« Conoscevi mio padre? » chiesi interessata, ma non sorpresa: infondo, da giovane Degòth era stato piuttosto famoso.

Il vecchio Saitò annuì.

« L’ho conosciuto alla corte dei Savoia » spiegò « Come sta? Sempre dietro a oppio e donne?»

« È morto. » risposi, malinconica al ricordo di mio padre e amareggiata dalla descrizione che Heichi ne aveva fatto.

« Se non altro ho capito da chi hai preso la tua arroganza » affermò, alzandosi in piedi « e il tuo istinto di autodistruzione. »

 

« Come ti permetti, vecchio! » ringhiai.

 

« Calmati, Nera. » mi ordinò « Se ciò che vuoi è un’occasione, te la concederò, in memoria di tuo padre: stasera, sul palco, di fronte agli altri membri della compagnia, potrai dimostrarmi di aver ereditato anche il suo talento e non solo il suo pessimo carattere.»

 

Risi, spavalda: quel vecchio non poteva immaginare quanto fossi capace, ma se ne sarebbe accorto molto presto!

 

« D’accordo! » risposi « Però, se sarò all’altezza, mi permetterai di esercitarmi sul palco…e mi racconterai di mio padre! »

Il vecchio Saitò annuì.

 

« Ma se non lo sarai, » ammonì « ubbidirai a ogni mio ordine e non avrai nessuna risposta da me, soltanto compiti

 

« Accetto la sfida! » promisi, senza esitazione.

 

Ci stringemmo la mano per suggellare l’accordo.

 

« Se non ti dispiace » si scusò Heichi, risedendosi sulla stuoia « adesso vorrei tornare alla mia meditazione. » e, detto questo, chiuse gli occhi.

Avendo ottenuto ciò che volevo e ancora euforica, lo accontentai, tornai all’accampamento e passai il resto del giorno a fantasticare sul passato di mio padre. Non pensai neppure un secondo a cosa portare sul palco o alle conseguenze di un mio fallimento; il maestro Saitò aveva ragione: ero ancora molto immatura.


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Sperando che il nuovo capitolo del romanzo drammatico-fantasy gratuito Nera Luna vi sia piaciuto, vi saluto e auguro buona serata! Per qualche mese continuerò con la sola pubblicazione di Nera Luna e nel frattempo andrò avanti con la correzione di Grimock il toro nero!

Piombo
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