[ Romanzo fantasy gratuito] Nera Luna, cap.17: Fare delle scelte.

Un tocco di femminilità non guasta mai, che sia in una storia, in un blog o nella vita. Dopo la rabbia e la furia di Grimock, passiamo alla femminilità col nuovo capitolo del romanzo fantasy gratuito Nera Luna, cap.17: Fare delle scelte.

Nei capitoli precedenti del romanzo fantasy gratuito Nera Luna:  Ancora in fuga e senza viveri, Nera Luna vaga tra campi e boschi, fino a che, costretta dalla fame,  tenta di rubare un agnello a un accampamento di artisti girovaghi. Catturata, la giovane attrice fuggiasca si aspetta il peggio, ma lo strano vecchio orientale che guida il teatro itinerante, Heichi Saitò, la risparmia e la punisce costringendola a dormire assieme alle capre.

 

Passai la notte tra sonno e pensieri: non erano tanto le capre affettuose a infastidirmi, né il loro odore pungente, ma il brivido verso colui che era riuscito a farmi dormire in gabbia; non per obbligo, ma per mia scelta. Erano bastate poche parole di quello strano vecchio di nome Heichi per convincermi a riposare tra paglia e sterco; l’ascendente che aveva su di me era sorprendente, quasi riuscisse a comprendere la mia vera natura.

Uscii dal carro che era da poco passata l’alba e l’attività nel campo era già frenetica: c’erano quattro uomini, tre donne e due bambini, un maschio e una femmina, oltre al vecchio Heichi. Ognuno aveva un compito, dal chiudere latrine al badare agli animali; chi lo terminava poteva lavarsi e raggiungere il centro dell’accampamento dove, in un grosso pentolone posto su di un basso fuoco, cuoceva una brodaglia dal profumo dolciastro. Mi avvicinai affamata, ma Heichi mi si parò di fronte, severo.

«Per sedersi e mangiare è necessario essere puliti.» mi rimproverò « Vivere nei boschi non ci rende bestie: vatti a lavare, puzzi come una capra.»

« Ma sei stato tu a…» tentai di spiegare.

« Ascolta, invece di parlare: potresti imparare qualcosa.» mi fulminò « La pulizia personale aiuta l’ordine mentale.»

«E dove posso procedere con la mia pulizia personale? Qui?» chiesi, sprezzante.

I presenti ridacchiarono: nonostante avessi tentato di derubarli, non sembravano serbarmi rancore e, approfittando dell’atmosfera, mi unii all’allegria con un ampio e arrogante sorriso.

« Graziella ti porterà alla vasca.» ordinò il vecchio, incurante delle mie provocazioni.

La bambina si alzò e si diresse verso di me: aveva undici anni, magra, slanciata, dal viso allungato e il largo sorriso contagioso; portava i biondi capelli ricci legati all’indietro e i suoi ampi occhi celesti erano circondati da piccole lentiggini chiare; indossava un vestito a gonnella celeste, due calze scompagnate e un paio di scarpe di qualche numero più grande.

«Piacere! Graziella!» si presentò, con un lieve inchino.

«Piacere piccolina,» riposi, ricambiando il gesto « il mio nome è Nera.»

«Bene,» intervenne Heichi, puntandomi lo sguardo contro « hai mezz’ora per procedere con la tua pulizia; se ritarderai, tarda e non mangerai.»

Tentai di obbiettare, ma quel vecchio sapeva lasciarmi senza parole: trovavo suoi ordini giusti e la sua severità inequivocabilmente corretta; era un leader e ne fui subito attratta.

Graziella mi condusse a una grossa vasca nascosta tra le carrozze: era colma d’acqua calda, profumata e spumosa di sapone; non potei resistere e mi ci immersi vogliosa. Pulii bene ogni parte del corpo, togliendomi di dosso tutta la polvere delle passate fatiche; immersi la testa e lasciai che l’acqua si portasse via ogni pensiero, che mi donasse lucidità e un po’ di calma. Quando emersi, Graziella mi spalmò del sapone tra i capelli e iniziò a pettinarmi; voleva parlarmi, ma non sapeva come rompere il ghiaccio.

« Grazie,» le dissi, cercando di invogliarla « sei molto premurosa.»

«Non c’è di che!» rispose, arrossendo « Il maestro Saitò è molto severo: ci vuole tutti puliti, ordinati e pronti per gli allenamenti; ‘I grandi attori si riconoscono dalla vita che vivono fuori dal palco’, è cosi che ci insegna. »

« Siete attori girovaghi?» chiesi, affascinata.

« Sì.» annuì, malinconica « ma il maestro Saitò ci fa esibire raramente.»

Era la prima volta che mi imbattevo in una compagnia itinerante: mio padre me ne aveva parlato spesso, ma non pensavo ne esistessero ancora, soprattutto dopo le repressioni delle politiche fasciste.

« Ha ragione,» riflettei, sarcastica « di questi tempi, è pericoloso dire ciò che si pensa.»

« Prima eravamo più numerosi: la maggior parte è scappata, ma alcuni sono stati catturati o uccisi dai briganti.» affermò Graziella, fin troppo disillusa per la sua età.

«Come mai ti trovi qui? » osai domandarle.

«Mio padre mi ha abbandonato tre anni fa.» rispose, ancora ferita « Mi ha lasciato nel bosco perché non poteva permettersi un’altra figlia femmina.» spiegò, con rabbia « Voleva uccidermi, ma non ha avuto il coraggio di farlo con le sue mani…» sospirò, poi ritrovò vigore « Credevo di non avere più niente, ma il maestro Saitò mi ha trovato e dato un sogno.»

« Quale sogno? » chiesi, curiosa.

« Il teatro.» rispose Graziella, ispirata.

Tanta innocente convinzione mi mise a disagio e, sperando di trovare qualche crepa nelle sue sicurezze, domandai:

« Perché continui a chiamarlo maestro?» e aggiunsi, lasciandomi scivolare nella vasca « Non c’è posto per i sogni in questo mondo.»

La bambina, prima di rispondere, finì di pettinarmi, prese un telo da sopra un barile e me lo porse.

« Se verrai con noi, cambierai idea e inizierai anche tu a chiamarlo Maestro.» concluse.

Non chiesi altro, la mia curiosità poteva attendere e quel bagno era troppo ritemprante per non goderselo fino all’ultimo istante. Uscii dalla vasca e mi asciugai; nel mentre, Graziella prese da un catino di legno qualche abito e quattro paia di scarpe basse.

« Abbiamo solo questo, il resto sono solo abiti di scena.» ammise, dispiaciuta « Indossa ciò che ti sta più comodo e riponi il resto nel catino; una volta finito, potremo raggiungere gli altri.»

Arrivammo al falò appena in tempo per la colazione: una zuppa di castagne, latte e miele; l’aspetto non era invitante, ma il suo profumo mi spinse a darle una possibilità. Nonostante la dolcezza un po’ stucchevole, bastarono pochi sorsi per farmi tornare l’appetito, gettai via il cucchiaio e, affamata, iniziai a ingozzarmi dalla ciotola. Heichi, nel vedermi, si disgustò e mi schiaffeggiò tanto forte da farmi rovesciare a terra quasi tutto il pasto.

« Solo le bestie si ingozzano.» mi rimproverò « Trova l’equilibrio in ogni tuo gesto o mangerai con gli animali!»

Furiosa e troppo affamata per potermi placare, risposi senza riflettere.

« Ho fame, vecchio idiota!» gridai « Lasciami mangiare!»

Invece di colpirmi nuovamente, il vecchio Heichi prese un’altra porzione di zuppa e me la poggio davanti.

« Il cibo è di fronte a te,» lo indicò « una volta finito, non  sarai più affamata; comportati come un animale e avrai solo gli avanzi

Mi massaggiai le mani indolenzite e, incapace di affrontare quel carisma autoritario, mi limitai a sbuffare nervosa. Raccolsi la ciotola, strinsi il cucchiaio e portai alla bocca il primo boccone. Sotto lo sguardo severo di Heichi, cercai di gustarne il sapore ma, nuovamente sopraffatta dal mio istinto, ripresi a trangugiare voracemente. Il vecchio Saitò, fulmineo, mi tolse la ciotola dalle mani, concedendomi solo qualche sorso.

«  A pranzo saprai meglio apprezzare un pasto caldo,»  mi ammonì « fino ad allora, guadagnatelo: c’è molto lavoro da fare.»

« È da giorni che sono digiuna, signor Saitò.» cercai di spiegarmi, più accomodante « Se non mangio qualcosa, non avrò le forze.»

«  Ci hai rubato l’agnello, hai dormito con le capre e, nonostante questo, hai ancora l’energia per lamentarti.» mi fece notare « Sono sicuro che sarai di grande aiuto, se vorrai restare.»

« Restare?» chiesi, stupita da quella proposta inaspettata.

« Rispetta le nostre regole, non comportarti da animale e sarai ben accetta.»

Indecisa, annuii. Quello strano vecchio mi faceva sentire una sciocca, riusciva a scrutarmi l’animo e trovare le più mie più profonde debolezze; non mi stava obbligando a seguirlo, ma a fare una scelta.
Il primo ordine che mi diede fu dare gli avanzi agli animali, seguito da aiutare a spegnere il fuoco, radunare il pentolame, raccogliere legna, smontare tende e caricare carri. Cercai di ignorare la fame e, anche solo per non darla vinta a quel vecchio, mi impegnai al massimo.

Ero stanca, sfibrata, ma l’umiltà di quel lavoro mi ritemprava; troppo occupata per pensare, la mia mente si concedeva riposo dagli incubi.  Non ero l’unica a lavorare con tanto vigore, tutti partecipavano con lo stesso instancabile impegno. Ogni volta che incontravo i loro sguardi, mi sorridevano; nessuno si era presentato, eppure mi avevano accolto tra di loro senza fare domande.

Quando ogni cosa fu al suo posto, i presenti si diressero ordinatamente al torrente vicino a darsi una ripulita; per ultima, feci altrettanto. Ero ancora intenta a vestirmi, che Heichi si posizionò nel largo spiazzo ormai vuoto dell’accampamento; i suoi compagni, da allievi ordinati, si divisero in tre file di fronte al lui.

Partendo da semplice riscaldamento, il vecchio Saitò iniziò a eseguire esercizi di difficoltà crescente che gli allievi, come di fronte a uno specchio, imitarono: movimenti fluidi, eleganti e virtuosi, eseguiti con precisione e coordinazione; ogni mossa era forza e leggerezza, seguiva il fluire di un’onda invisibile, appena percepibile dal coro di respiri e muscoli tesi.

Sospettosa, tentai di eseguire quegli esercizi ma, trovandoli molto faticosi e inutili, desistei quasi subito; complice una rinnovata fame, parlai a sproposito:

« Perché fare tanta fatica?» domandai « Abbiamo lavorato per tutta la mattina!»

Heichi, elegantemente, si fermò e tutti fecero altrettanto.

« Nessuno ti obbliga,» ribatté. « ma il pranzo sarà servito dopo gli esercizi.»

« Ho fatto tutto ciò che mi hai chiesto » risposi, trattenendomi a stento « e mi hai promesso un pasto caldo!»

« Come ho già detto, » sentenziò il vecchio Saitò « Dopo gli esercizi.»

« Io ho fame adesso!» alzai la voce.

« Perché hai fame?» chiese lui, ironicamente sorpreso.

« Mi hai proibito di mangiare, stamattina!» affermai, sicura di averlo perlomeno sorpreso.

« Io non ti ho proibito gli avanzi, solo un pasto caldo.» ricordò lui, glaciale.

Completamente disarmata dalla sua logica incontrovertibile, restai in silenzio, cercando di nascondere rabbia e vergogna.

« Ricominciamo.» ordinò il vecchio Heichi.

« Sì, maestro!» risposero, in coro, gli allievi.

Ancora irritata da tutta quella euforia e nuovamente per mia scelta, preferii tentare quegli esercizi piuttosto che sopportare lo sguardo del vecchio Saitò.  Quell’ennesima attività mi lasciò completamente priva di forze e con un solo pensiero in testa: il pasto caldo promessomi.

Finiti gli allenamenti, lo stesso Heichi cucinò e servì il pranzo: una minestra di legumi e patate. Ognuno dei presenti, non appena ricevuta la sua razione, doveva sedersi e aspettare che tutti gli altri fossero pronti. Inaspettatamente, il vecchio Saitò mi chiamò a prendere la mia porzione per terza, subito dopo i bambini, forse per ricordarmi quanto fosse difficile attendere quando si ha fame. Decisa a non concedergli nessuna soddisfazione, attesi che tutti fossero serviti e solo quando Heichi dichiarò «Buon appetito» affondai il cucchiaio.

Domai la fame e resistei all’impulso di ingozzarmi; fu difficile all’inizio ma, non appena lo stomaco si calmò un poco, riuscii a gustarmi ogni boccone. Tranquillizzata dalla certezza di avere del cibo, mi lasciai trasportare da vecchie emozioni e ricordi: un pranzo caldo, la pace nascosta nei gesti quotidiani e nella semplicità dei doni di mia madre.

« Questo è un pasto caldo,» si avvicinò il vecchio Saitò, sedendomisi accanto « non trovi?»

Vagamente inebriata dal suo profumo di incenso, annuii col capo.

« Perché mi hai chiesto di restare?» chiesi, ancora disorientata da quella proposta.

« Sei qui, non ti basta?» mi domandò di rimando.

« Sì.» ammisi « ma ancora non capisco se sono libera oppure no. »

« Solo tu puoi saperlo, Nera.» rispose, sorridendo dolcemente.

Nella semplicità delle sue parole si nascondeva una profonda verità: infondo, non avevo sempre combattuto per essere libera? Perché avevo tanta paura di professarmi tale?

Per il resto del pranzo non ci dicemmo altro e, una volta pulite le stoviglie e finito di caricare i carri, decisi di mettermi in viaggio assieme al vecchio Saitò e alla sua compagnia teatrale; forse, l’unico modo per sentirsi libera era iniziare a scegliere come tale.


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Sperando che il nuovo capito di Nera Luna vi sia piaciuto, vi saluto e auguro buona serata! Vi aspetto per l’ultimo capitolo del romanzo fantasy gratuito Grimock il toro nero!

Piombo
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