Nera Luna, capitolo sedici: il vecchio Saitò.

Ripresi i sensi legata a una sedia, al centro di un piccolo palco sghembo, decentrato rispetto all’accampamento: lo scricchiolio delle travi di legno sotto le suole era romantico, antico e molto malinconico.

Ero all’inferno? Un mondo in cui sarei rimasta in scena senza poter recitare? No; ero viva: nella testa pulsava una potente emicrania e la fredda aria notturna mi congelava i bronchi. Poco distanti, c’erano delle persone ferme in piedi, ma il buio e le vertigini non mi permisero di mettere a fuoco i loro volti. Mi stavano fissando, ne ero sicura, e giudicando, come un accusato sotto processo.

Dalla sinistra del palco, salendo da una corta scaletta di metallo, si avvicinò uno strano vecchio dai lineamenti orientali: alto, longilineo, quasi onirico; i folti capelli bianchi erano pettinati all’indietro e il mento importante era nascosto da un fitto pizzo e sottili baffi grigi; il naso aquilino e degli occhiali rotondi distoglievano l’attenzione dal suo sguardo curioso, attento, da sparviero; usava un paio di vecchie scarpe di pelle come pantofole e una logora vestaglia di seta gialla copriva la camicia da notte bianca. Senza dire una parola, mi si parò di fronte e, accarezzandosi riflessivo la barba, iniziò a studiare ogni mio piccolo dettaglio.

« Chi siete?» chiesi, irritata dal suo atteggiamento.

« Come avrai già inteso, non siamo né ladri né assassini.» rispose « Certo lo stesso non si può dire di te.» concluse.

« Perché dovrei fidarmi?» domandai, diffidente « Forse vi servo solo per stanotte e domattina mi ucciderete.»

« Tu hai lo sguardo di chi desidera morire,» dichiarò  « ma, come ho già detto, non siamo né ladri né assassini.»

Non sapendo come controbattere a quella verità, abbassai il capo e restai in silenzio in attesa di un verdetto. L’insolito vecchio mi accarezzò e, dolcemente, mi spinse a guardarlo in volto.

« Io ti conosco.» affermò.

Sbiancai: di certo Carlo mi stava ancora cercando e non potevo essere sicura di avere già un taglia sulla testa; infondo, era nel suo stile risolvere i problemi col denaro. Terrorizzata dal tornare nelle grinfie di quel pazzo maniaco, tentai di mordere la gracile mano del vecchio; quest’ultimo l’allontanò rapidamente e io ne approfittai per tornare a guardare il basso.

« Lavoravi nella casa di piacere di Madame Melissa, vero?» mi domandò, nascondendo entrambe le mani nelle tasche della vestaglia « Sei stata fortunata a sopravvivere all’incendio.» e incalzò: « Come hai fatto ad arrivare fin qui e, soprattutto, perché hai tentato di rubarci il povero Fiocco? I bambini erano molto spaventati…»

Chiusa nella mia silenziosa resistenza, continuai a fissare il palco, incurante di qualsiasi domanda o affermazione.

« Solo chi ha qualcosa da perdere ricorre al silenzio per non dare risposte; se davvero non temi neppure la morte, non dovresti aver paura della verità.» asserì, misterioso « Tu sei Nera Luna, la ragazza che lavorava per Madame Melissa.»

Ancora intimorita, annuii e il vecchio, emozionato a quella scoperta, esclamò:

« Abbiamo bisogno di te; saresti perfetta per il nostro spettacolo.»

« Cosa?» chiesi, stupefatta « Che vuoi da me, vecchio?»

« Tutta Milano parlava di te e una sera, incuriosito, sono venuto a vederti:» mi raccontò e concluse:« che dire, hai un grande talento, anche se ancora molto grezzo.»

Colpita nell’orgoglio, ribattei: « Sarò anche legata, ma non ti permetto di offendermi.»

« Impara a distinguere la verità da un insulto, » consigliò « altrimenti non riuscirai mai a migliorare.»

Detto questo, scivolo rapido alle mie spalle e mi liberò.

« Il mio nome è Heichi Saitò, » si presentò « produttore, sceneggiatore e attore errante.»

Sentendo le corde allentarsi, scattai in piedi e mi diressi verso le scalette a bordo palco. Nessuno tentò di bloccarmi e, confusa, mi fermai.

« Se vuoi andartene, sei libera di farlo in qualsiasi momento.» garantì il vecchio.

« Perché vuoi aiutarmi?» chiesi, indecisa sul da farsi.

« Detesto vedere del talento sprecato, » rivelò « ma, se preferisci la vita da vagabonda a un ingaggio, va pure.»

Divisa tra nostalgia e presunzione, combattuta se piegare il capo o andarmene, giunsi alla verità:

 

« Mi stanno dando la caccia, devo abbandonare il paese…» ammisi, più a me stessa che a Heichi « non posso accettare, mi spiace.» e scesi dal palco.

« Aspetta!» mi gridò il vecchio, saltando agilmente giù « Sei stanca ed affamata; hai qualcuno da cui poter andare?»

« No.» risposi, smarrita « Sono sola

Heichi mi raggiunse, si tolse la vestaglia e me la poggiò affettuosamente sulle spalle.

« Lasciamo le parole a domattina, allora.» commentò « Per stanotte avrai un posto caldo dove dormire, un po’ di pane e del vino.»

 Tentata da tanta generosità, accettai.

« Bene,» annunciò lui, facendo cenno alle persone radunate di andarsene « Non c’è più niente da vedere; tornare a dormire

I presenti, dopo essersi scambiati un assonato buon riposo, tornarono alle loro tende, mentre io restai col vecchio e misterioso Saitò.

« Seguimi, » mi disse, inoltrandosi nell’accampamento; io obbedii.

« Devi sapere che nella nostra compagnia vigono regole molto ferree. Nera, » iniziò a spiegarmi, fermandosi di fronte a una grosso carro « Ti daremo cibo e calore, ma dovrai  prima farti perdonare per ciò che hai fatto.» concluse, prendendo dal carico pane, vino, una stuoia e una vecchia coperta.

« Certamente…» risposi, sincera, anche se un po’ impacciata «  Farò il possibile per farmi perdonare »

Heichi sorrise compiaciuto, mi diede ciò che aveva promesso e mi fece strada fino al carro-gabbia dove riposavano le capre.

« Il povero Fiocco è terrorizzato.» spiegò il vecchio, indicando uno dei due agnelli «Stanotte gli starai vicino e lo coccolerai un po’; vedrai che ti perdonerà di sicuro.»

« Io non entro lì dentro.» indietreggiai, spaventata.

« Non temere,» mi tranquillizzò Heichi « vedi?» chiese, aprendo lo sportello della gabbia «Non ci sono lucchetti: puoi aprire e andartene quando vuoi; nessuno ti trattiene.»

 Titubante entrai all’interno, gettai la stuoia sulla paglia molle e mi sedetti a terra. L’aria fresca della sera pizzicava, ma la coperta di lana infeltrita era calda, morbida e mi ci avvolsi completamente. Il pane, ancora profumato e croccante, era salato e il vino, giovane e dolciastro, riscaldava sangue e stomaco. Fiocco, inizialmente spaventato, iniziò a strusciarsi, fare feste e, dopo il primo assaggio, belare per qualche boccone. In fin dei conti, non era il posto peggiore dove passare la notte.

« Grazie, Signor Saitò. »

« Grazie a te per prenderti cura di Fiocco,» rispose lui, chiudendo la gabbia « Buonanotte, Signorina Luna.» mi augurò, prima di andarsene.

« Buonanotte, signor Saitò.» ricambiai.

Rimasta sola con Fiocco, mi appoggiai sulle sbarre e guardai fuori, oltre le nuvole, fino alle stelle; sebbene fossi chiusa in una gabbia, non mi ero mai sentita tanto libera.


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