Nera Luna, capitolo quindici: L’agnello nel bosco.

 

Quel giorno capii che i sogni bruciano rapidamente, lasciando solo cenere. I resti della casa di Madame Melissa fumavano ancora, mentre cercavo tra le macerie un sopravvissuto, un ricordo, la speranza che non fosse tutto finito.

« Ferma là!» ordinò, dal fondo del vicolo, un carabiniere.

Non dovevo farmi trovare dalle forze dell’ordine: poco prima avevo ferito Carlo Del Moro, il sadico primogenito di una delle famiglie più potenti di Milano. Dovevo andarmene, abbandonare di nuovo ogni cosa e ricominciare a vivere per strada; voltai le spalle alle ceneri del mio recente passato e scappai.

Ancora vestita col lungo abito rosso, mi diressi alla stazione. Avevo ben poche lire con me, non sarei andata lontana e, comunque, non ci sarebbero stati treni prima dell’alba. Consapevole di dovermi allontanare il più possibile, mi tolsi i tacchi e mi incamminai. Passai tra vicoli bui e oscuri, nascondendomi agli occhi della gente. I piedi nudi, gonfi e sporchi, pulsavano di dolore, ma, per mia fortuna, trovai un paio di scarpe logore e scomode in un cumulo di immondizia.

Viaggiai per tutta la notte, attraversai la periferia e raggiunsi la campagna. Restai folgorata alla vista di quella distesa verde illuminata dalle stelle e allargai le braccia per abbracciarne il più possibile. Era da molto che non vedevo mia madre: bella, immacolata, imperturbabile; per quante disgrazie vivessi, era sempre pronta ad accogliermi in lei. Avrei voluto fermarmi di più, magari rotolarmi nell’erba e giocare, ma non potevo concedermi riposo.

Una fitta nebbia mattutina mi permise di avanzare più del previsto , ma, quando i raggi del sole strapparono il velo, dovetti nascondermi. Trovai rifugio in un capanno, poco lontano dalla strada, in mezzo a un campo spoglio e abbandonato. La porta della piccola costruzione era vecchia, tarlata e chiusa con un vecchio lucchetto arrugginito. Bastarono un paio di colpi per aprirla e, una volta all’interno, mi accucciai in un angolo, in silenzio.

Avevo perso quel poco che ero riuscita ad ottenere; ero di nuovo sola. Mi ero dimenticata quanto la terra fosse avida del mio tepore, la sensazione di impotenza e di abbandono. Assieme all’inquietudine tornarono gli spettri del passato, accompagnati da nuove ombre: ero maledetta, portavo sfortuna ed ero io la causa di tanta morte.

Mi frugai addosso e trovai il coltello, la stessa lama con cui mi ero difesa da Carlo: sporca di sangue, brillava invitante, promettendo libertà. Se fossi morta in quel capanno, nessuno avrebbe sentito la mia mancanza; nessuno avrebbe più sofferto a causa mia. Appoggiai il coltello sulla pelle liscia del polso, ma non ebbi il coraggio di affondare; una parte di me non voleva abbandonare quella vita disgustosa: urlava, furibonda, ordinandomi di non morire così, di non dargliela vinta e combattere. Arrabbiata più con me stessa che con il mondo, lanciai il coltello fuori dal capanno e piansi, in silenzio.

Per settimane, vagai tra boschi e campi: mangiavo quando potevo, bevevo alle fonti e dormivo dove capitava. Ogni tanto mi fermavo in qualche paesino a fare l’elemosina, ma per poco tempo e mai nello stesso posto. Non ero più la più bella di Milano: indossavo abiti logori, rubati a contadini e spaventapasseri; i lisci capelli neri erano incrostati e spettinati, mentre il viso, nascosto dalle ciocche luride, era macchiato di sporcizia; mi sentivo alla deriva, eppure non volevo arrendermi. Il palco era lontano nei ricordi e ciò che sognavo era il desiderio di una vita mai iniziata veramente; tutto era avvolto in una nube di inquietudine e smarrimento.

Stavo passeggiando tra i campi al chiaro di luna, quando sentii, da un boschetto poco distante, il belato di un animale. Quatta quatta, mi avvinai e, al limitare degli alberi, vidi  un carro-gabbia con tre pecore e due agnelli all’interno; stava accanto ad altri, disposti in cerchio attorno ad un grosso falò. A riscaldarsi al fuoco, c’erano tre uomini di guardia che, a intervalli più o meno regolari, controllavano il perimetro del campo.

Alla vista di quegli animali, l’unica cosa che pensai fu che uno di quelli agnelli mi avrebbe sfamata per giorni. Mossa dall’istinto di sopravvivenza, aspettai che le guardie fossero lontane e uscii dalle ombre. Per mia fortuna, a chiudere la gabbia c’era solo un chiavistello senza lucchetto, aprii e presi un agnello. L’animale, sentendosi afferrato, iniziò a belare e altrettanto fecero i suoi compagni; le guardie, insospettite, corsero nella mia direzione. Strinsi al petto la bestia e, sperando che i proprietari non si accorgessero del furto, scappai.

Dal centro dell’accampamento suonò una campana: ci fu un gran rumore di gente e di grida e di rabbia; poco dopo, una manciata di torce inferocite brillò alle mie spalle. Sebbene detesti i ladri, avevo rubato e poco importava ai miei inseguitori se ero affamata. Scappavo di bosco in bosco, da campagna a campagna, fuggendo da ogni paesino o città; non volevo ricostruirmi una vita, ma solo attendere la morte. Forse valeva la pena farsi trovare, tagliare la gola e abbandonare in un fosso; diventare una delle tante vittime sconosciute, decomporsi e finalmente ricongiungermi con mia madre.

Rallentai e l ‘agnello belò tanto forte che il suo vagito echeggiò nel bosco; le torce, fino a quel momento confuse dalla notte, puntarono verso di me. Mi fermai in mezzo a una radura, immobile; se avessi voluto, sarei potuta scappare tra gli alberi, ma aspettai che i boia mi raggiungessero. Attratti dal pianto dell’animale, sei uomini sbucarono dall’oscurità, mi circondarono, iniziarono a gridare e minacciare; alcuni di loro erano amarti di bastoni e pietre.

Qualcuno mi intimò di restituirgli il maltolto e io non risposi.

Mi colpirono sulla fronte con un sasso, ma non lasciai la presa.

Mi diedero della puttana e risi.

L’ultimo mi bastonò tra capo e collo; ne fui felice e pregai di essere morta.


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