Le riflessioni di Piombo: Come l’editoria sta uccidendo se stessa.

Riflessioni di Piombo

Ciacciando nel mio hard disk esterno (anche chiamato “il grande caos” o “dimensione oscura”), ho trovato questo vecchio articolo, pubblicato qualche anno fa su un blog specializzato ormai chiuso (e che quindi non romperà se lo ripropongo! :P)
Buona lettura!
Piombo.

È risaputo quanto l’attenzione del settore editoriale sia focalizzata più sui profitti che sulla qualità, portando a una vera e propria censura della diversità e delle esperienze. I libri sono vite compresse e l’umanità si è espressa attraverso di essi per secoli, ma le regole del mercato li stanno spingendo nel baratro.

I grandi editori sono imprese con il monopolio sui prodotti che pubblicano. Sono guidati dal profitto e questo li porta a scegliere autori e personaggi già largamente affermati, con margini di guadagno (molto spesso forzati) più alti. Edicole, librerie e qualsiasi altra attività commerciale è obbligata ad acquistare grossi quantitativi con percentuali di ricavo molto basse e giacenze da capogiro. Proprio come nel monopolio alimentare, la scelta limitata dei prodotti porta inevitabilmente a un calo della qualità dato dalla totale assenza di concorrenza.

I grandi editori non sono affatto in crisi. Il mercato editoriale statunitense ha un valore complessivo di ben 30 miliardi di dollari e il fatturato di Amazon solo nella vendita di libri è 5,25 miliardi. In contrapposizione, negli ultimi venti anni, il 50% delle librerie indipendenti ha chiuso.

I grandi editori hanno spesso il monopolio dei canali pubblicitari. Basti pensare a Mondadori che ha il controllo di produzione,vendita, riviste, programmi radio e tv.

Nonostante i profitti, gli autori continuano ad essere i lavoratori più sfruttati in termine di retribuzione per ore di lavoro: il loro guadagno parte dal 5% del costo di copertina per gli emergenti, fino al 15% per i più conosciuti. Inoltre, quasi tutta la promozione è a carico dell’autore e delle librerie, relegando l’attività solo a chi ha una situazione economica agiata.

Le grandi case editrici boicottano volontariamente la libera espressione, evitando di pubblicare libri fortemente critici o nuove idee e preferendo storie già lette, ma dal rientro economico sicuro. Ovviamente, questo influisce notevolmente sulla quantità di lettori: nel 2014, solo 23 milioni e 750 mila persone sopra i 6 anni hanno affermato di leggere almeno un libro l’anno, ovvero il 41,4 % della popolazione (nel 2013, la quota era al 43%).

Negli Stati uniti, solo il 14% dei libri per bambini aveva personaggi di colore, sebbene compongano il 34% della popolazione. Inoltre, anche se sono le donne ad avere più propensione per la lettura ( il 48% delle donne afferma di aver letto un libro l’anno, mentre gli uomini soltanto il 34,5%), le autrici di sesso femminile rappresentano appena il 20% del totale. Nel 2012, sul New York Review of Books, sono stati recensiti ben 216 autori di sesso maschile a scapito delle donne che erano 89.

Le politiche commerciali dei colossi editoriali, come ad esempio Amazon, strangolano i piccoli editori e ne limitano la concorrenzialità attraverso contratti ai limiti della legalità.

Tradizionalmente, i grandi editori sono immagine di qualità. Sfortunatamente, quelli che prendono decisioni in queste aziende sono spesso privilegiati, non sempre qualificati a determinare ciò che leggiamo. Il divario economico che li separa dai lettori è così grande da non renderli capaci di capire le necessità culturali delle persone comuni.

Le conseguenze sociali delle scelte dei grandi editori sono la disuguaglianza e una limitazione della comprensione. L’arte, in generale, è la rappresentazione della coscienza popolare: valori, idee e azioni che subiscono un controllo forzato a causa di un sistema votato totalmente al denaro.

 

N.d.A.: I dati riportati sono vecchi, ma vi assicuro che sono corretti. Sfortunatamente non ho ritrovato la sitografia dell’articolo.

novembre 3, 2016

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