Tanti auguri a me ! ( con storia a tema annessa: accendi le candele.)

Dato che oggi è il mio compleanno, mi/vi premio con una bella flash thriller story!

Buona Lettura!

Piombo.

Apro gli occhi e, per la prima volta dopo 365 giorni, guardo fuori dalla finestra: oggi è una ricorrenza speciale.
Letizia, un’infermiera grassottella, ma molto curata e affascinante, entra nella stanza e immediatamente torno a fissare avanti; mi ha vista immobile per ben sei mesi, eppure non ha notato quell’istante di volontà. Meccanica, mette una mano dietro la mia schiena, l’altra sulle cosce e mi alza, lasciandomi seduta sul bordo del letto; è delicata, ma un po’ fredda e non posso biasimarla. Dopo avermi messo pantofole, vestaglia e sistemato alla ben meglio, Letizia prende un vassoio da un portavivande in corridoio e si accomoda al mio fianco: pazientemente, inizia a imboccarmi, ricevendo in cambio solo l’agghiacciante sguardo di chi fissa il nulla. Al contrario di altre mattine, apro la bocca e mastico da sola; la giornata sarà lunga e impegnativa, avrò bisogno di energie.
Letizia si congratula con me, mi premia con una caramella e, ringraziando il cielo di non averci impiegato le solite due ore, mi conduce lungo il corridoio che porta alla sala comune: una grande stanza bianca, rettangolare, con un paio di tavoli, qualche sedia e molte poltrone, dove altri catatonici come me sono lasciati a morire.
« Vieni Rossana, ancora qualche passo.»
Nessuno sa il mio vero nome, neppure io, e Letizia ha deciso di chiamarmi come le caramelle. Vengo condotta fino alla mia poltrona, proprio a fianco di una bella finestra che dà sul giardino, e messa seduta; nient’altro. Passo le giornate a fissare il posto vuoto che ho di fronte: ogni tanto, qualche paziente si ferma e, in silenzio, ci rispecchiamo l’uno nella follia dell’altro, ma raramente restano per molto tempo, forse consapevoli che non sono una di loro.
Io ho un obbiettivo, una missione, qualcosa che solo io posso fare e soltanto questo giorno, per il suo compleanno: devo accendere le candele. Riguardo fuori, poi nel salone: Rossana…mi mancherà questo nome e anche Letizia; chissà se si ricorderà di me. Per l’ultima volta fisso il mio vuoto personale: quella grossa poltrona di stoffa bordò, scolorita dal sole e macchiata dall’urina di decine di pazienti; sebbene sia logora, è ancora comoda e in perfette condizioni; per quanto abbia voluto, non mi ci sono mai seduta.
Letizia mi accompagna in bagno cinque volte e serve puntuale sia pranzo che cena. Alle venti e trenta spaccate, le infermiere iniziano ad accompagnare i pazienti nelle loro stanze ma, Letizia, al solito molto precisa, tarda ad arrivare. Quando mi raggiunge, sono sola nel salone e sembra sconvolta: ha gli occhi arrossati e la mano sinistra le trema nervosamente; con la destra sta armeggiando qualcosa, forse un telefono, all’interno della borsa.
« Scusa il ritardo, Rossana.» mi dice, sinceramente dispiaciuta « Posso sedermi?»
Inaspettatamente, Letizia mi si siede davanti, proprio su quella poltrona tanto desiderata e mai posseduta. Dalla borsa, tira fuori una sigaretta e dalla tasca un accendino; rapida si accende la cicca, aspirando avidamente. Tiene per qualche secondo il fumo nei polmoni, poi espira dal naso e il tremore alle mani sembra cessare.
« Problemi di uomini » rivela, in confidenza « non so se li hai mai avuti e, comunque, non ti saresti persa granché.»
Prende un’altra boccata e, dopo aver espirato, incrocia il mio sguardo.
« Chissà per cosa starai risparmiando tutta quella energia…» si chiede.
Letizia si lascia cadere indietro sullo schienale, fa un altro paio di tiri e spegne la sigaretta sotto la suola degli zoccoli sanitari.
« È il momento di andare, Rossana.» preannuncia, alzandosi.
Sì, hai ragione, Letizia, è proprio il momento di andare.
Lei, come in risposta a quel pensiero, scarta una caramella e me la mette in bocca; io la succhio e la mordo piano piano, facendo in modo che mi duri più tempo possibile. Dopo un’ultima tappa al bagno, vengo portata in camera e preparata per la notte. Prima di spegnere le luci, Letizia mi augura la buonanotte con una bacio sulla fronte.
Una volta sola, fisso avanti e attendo: manca poco, lo sento, poche ore e cosa sono in confronto a 365 giorni?
A ogni minuto, ripeto la domanda e scalo dal conto alla rovescia; devo essere pronta o, per il suo compleanno, non ci saranno candele accese.
Scatta la mezzanotte: devo accendere le candele! Devo accendere le candele!
Prendo un profondo respiro ed esco dalla catatonia; a piedi nudi, scendo dal letto e, quatta, mi dirigo al piano terra. Gli stretti corridoi dell’istituto sono deserti e nessuna stanza è chiusa a chiave; tutti dormono, tranne me. Raggiungo la cucina e apro il gas; vado nell’infermeria, verso l’etere a terra e giro le valvole delle bombole d’ossigeno. È il suo compleanno e devo accendere le candele!
Quando l’aria è satura, esco nel cortile e mi affaccio alla finestra della cucina. Raccolgo un sasso da terra, vi avvolgo un lenzuolo imbevuto d’etere ed estraggo l’accendino di Letizia dalla tasca della vestaglia: mi mancherà; è stata la prima a capirmi.
Senza fretta, do fuoco a uno dei lembi e lancio il tutto contro il vetro: la cucina esplode, come il resto del piano terra e io vengo sbalzata all’indietro. Per quanto il colpo sia violento, non perdo i sensi e, acciaccata, mi rialzo, giusto in tempo per vedere le candele accese. Resto ad ammirarle, mentre all’interno le grida del personale ospedaliero echeggiano tra il fuoco e le esplosioni; i pazienti, silenziosi, stanno a bruciare, pienamente consapevoli di chi li ha condannati al rogo. Quando sento le sirene avvicinarsi, mi volto nella direzione opposta e inizio a camminare. Mi fermerò, prima o poi, magari sarò trovata ancora e potrò festeggiare un’altra volta il compleanno di mio padre; accendere le candele, ancora una volta.
ottobre 16, 2016

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