Nera Luna, capitolo 8: Madame Melissa.

La mattina seguente all’omicidio, montai sul primo treno in partenza. Avevo poco e niente con me: un paio di cambi, qualche lira e un coltello da cucina; portai solo la bambola come ricordo. Stava albeggiando e in carrozza c’erano pochi passeggeri; nessuno parlò durante il viaggio e il silenzio ci accompagnò fino a Milano.
Quando scesi, l’odore di smog mi contorse il naso e bruciò gli occhi; ogni cosa gridava la potenza umana: strade asfaltate, palazzi ed enormi bruciatori aziendali, da cui uscivano colonne di denso fumo nero; nei Navigli, immensi canaloni artificiali, barche cariche di ogni genere di mercanzia navigavano caoticamente; di mia madre non c’era traccia e forse era meglio così.
Quei pochi soldi che avevo bastarono per una stanza d’albergo fuori città; nessuno fece domande: dimostravo ben più della mia età e non solo fisicamente. Passai i primi giorni chiusa in camera, tra insonnia e terrore di essere arrestata: avevo compiuto un omicidio e il fantasma di Mario mi perseguitava ancora; ricordavo ogni suo gemito, parola, lacrima e non riuscivo a trarne gioia, solo disperazione; recidere una vita aveva mutilato la mia.
Complice l’agitazione e la mancanza di denaro, decisi di trovarmi un lavoro, ma a Milano la situazione era tesa, pericolosa: nessuno era interessato a una ragazza senza documenti, esperienza e, soprattutto, passato; i miei unici talenti erano teatro e sesso. Pensai di prostituirmi, ma le strade di quella grande città nascondevano nefandezze di ogni genere: padri, mariti e fidanzati gettavano la maschera, quando il buio ne nascondeva il volto; chiunque poteva essere un mostro.
Una sera, in una bettollaccia che puzzava di piscio, mentre festeggiavo le mie ultime lire con un bicchiere di sambuca annacquato, mi si avvicinò una donna: in carne, i tacchi alti camuffavano la sua bassa statura e il corpetto sgargiante sorreggeva a malapena il seno cadente; il trucco, eccessivo e sgargiante, nascondeva le rughe, ma rendeva il volto una maschera da circo; indossava una parrucca dai boccoli rossi e i
suoi occhi smeraldo brillavano avari.
«Non ti ho mai vista da queste parti » ruppe il ghiacchio, accomodandosi sullo sgabello accanto al mio «sei nuova?»
Non risposi immediatamente, sospettavo il motivo per cui si fosse avvicinata e fissai il bicchiere mezzo vuoto;  bevvi quel restava in un sorso, mi bruciò stomaco e gola, ma mi donò coraggio.
«Sì.» risposi « Ha bisogno di qualcosa, signora? »
«Chiamami Melissa, Madame Melissa.»
Si presentò: aveva la voce grassa, potente e gracchiava leggermente, alla fine di ogni frase. Alzò la mano per attirare l’attenzione del cameriere e ordinò due bicchieri di grappa.
« Ho un certo occhio per riconoscere i disperati. » esordì  «E tu hai tutta l’aria di qualcuno che sta fuggendo; sbaglio? »
Scossi il capo, per confermare i suoi sospetti e tagliare corto con le moine.
«Sei molto bella. » continuò « Potrei aver bisogno di una ragazza con le tue “capacità”: sai ballare o recitare? »
Nel sentire quella domanda, una fiamma di orgoglio mi divampò nel petto.
«Sì! » esclamai emozionata. « Ho avuto esperienze teatrali e mio padre…»
Madame Melissa mi interruppe.
«Non voglio sapere niente.» ammonì « se sei qui per dimenticare, inizia col farlo tu.»
«D’accordo.» risposi, un po’ incerta sul da farsi « Di che cosa ha bisogno, Madame Melissa?»
«Alcuni clienti mi hanno parlato di una ragazza, dai capelli corvini, in cerca di lavoro e disposta a qualsiasi cosa. Gestisco una casa chiusa qui
vicino e ho bisogno di qualcuno che sappia tenermi il palco per almeno quindici minuti;» rispose, per poi aggiungere, sorridendo « oltre ad altri servizi, ovviamente.»
Il cameriere portò le grappe, bevvi la mia in un sorso e mi si rivoltò lo stomaco, non solo per l’alcool: quell’offerta mi offendeva, ma rifiutarla era follia.
«Quanto guadagnerei?» domandai.
Madame Melissa  mi studiò; i suoi occhi erano addestrati a passare oltre abiti lisi e sporcizia.
«Tanto per iniziare, vitto e alloggio; poi 20 centesimi per cliente, più un terzo delle mance.»
«Solo un terzo delle mance!?» mi lamentai; era un furto.
«Di ragazze disperate è pieno il mondo.» ridacchiò « se non sei interessata, ne troverò un’altra.»
Fece per andarsene, ma le afferrai il braccio.
«Aspetta;» dissi, stringendo un poco « accetto.»
Prima di rispondere, lei mi scostò la mano con indice e pollice, quasi fosse disgustata.
«Tre semplici regole: mi darai del lei, non devi toccarmi e lavorerai solo per me; infrangine anche una sola e le conseguenze saranno molto severe.»
Messa alle strette, non potei fare altro che annuire.
 «Come desidera, Madame.»
« Perfetto. Seguimi.»
Tagliò corto e uscì dal locale;  la seguii in un dedalo di stradine buie e malfamate e, chiunque ci incrociasse, si faceva da parte. Madame Melissa incuteva timore e rispetto, era molto famosa nella zona: forte, decisa, furba e ,soprattutto, crudele. Stavo per perdermi completamente, quando arrivammo a una porta metallica, illuminata da una fioca luce rossa; sopra di essa, c’era un’insegna sporca: La casa dei piaceri di Madame Melissa.
Anche a Firenze c’erano bordelli, ma non quanto a Milano; la perversione cresceva con la rabbia e nuovi ricchi chiedevano piacere, mentre i vecchi non potevano farne a meno. Sebbene fosse giudicata riprovevole, la prostituzione offriva un lavoro alle donne disposte a scendere a compromessi; i bigotti gridavano allo scandalo per invidia, reprimere feticismi o nascondersi in piena luce e, chi gestiva simili attività, era pronto a tutto: Madame Melissa ne era esempio.
Bussò sette volte: quattro colpi ravvicinati e tre ritmati.  Un occhio indagatore fece capolino da uno sportello, aperto per metà; chiunque fosse dall’altro lato, non fece domande e aprì.  L’uomo alla porta era un armadio: indossava una camicia a righe, troppo stretta per il gigantesco torace, e le sue braccia erano larghe quasi quanto la mia testa; era calvo, perfettamente rasato e una grossa cicatrice tagliava a metà la guancia sinistra.
« Si chiama Andrea » presentò Madame Melissa « L’ho trovato disteso in un vicolo, coperto da rifiuti e sangue; non parla molto, gli è stata tagliata la lingua. Nessuno sa da dove venga, o cosa abbia fatto per meritarsi un simile trattamento; può far paura, ma è il nostro angelo custode.»
Il buttafuori mi salutò con suono gutturale e tentò un sorriso, ma riuscì soltanto a spaventarmi;  a un cenno della padrona, fece strada lungo uno sporco corridoio, da pareti e soffitto rosso. Il  pavimento a mattonelle era incrostato di macchie appiccicose e una tenda nera, ricamata porpora e strappata in più punti, precedeva un salone: alto, spazioso, abbellito con candelabri arrugginiti, festoni macchiati e quadri erotici muffiti; divanetti di pelle e tavolini in legno riempivano caoticamente ogni angolo e tutto odorava di sesso, alcool e, specialmente, sigarette. Infondo al salone, illuminato da dei faretti laterali, c’era un piccolo palco, dal sipario verde smeraldo; il resto dell’ambiente era immerso nella penombra e c’erano diversi avventori, da alcuni provenivano sussurri di piacere.
Madame Melissa attraversò la sala e molti clienti le fecero delle avance; lei divenne piacevole, smaliziata e, dopo aver dato e ricevuto alcune carezze, mi fece cenno di proseguire;  cercando di attirare il meno possibile l’attenzione, obbedii. Vicino al palco, nella penombra, c’era un ingresso, nascosto da una tendaccia scura; dall’altro lato, delle scale portavano al piano superiore. Una volta salite, ci trovammo in un lungo androne, ai cui lati c’erano diverse porte chiuse e, da molte di esse, provenivano grida di piacere o soffusi rumori di corpi aggrovigliati. L’odore di sesso e sudore era pungente e permeava ogni cosa: dalle pareti spoglie ai lampadari soffusi, dalle tende chiuse al pavimento sporco.
« La stanza in fondo a sinistra è libera.» proferì Madame Melissa « c’è un bagno privato; non è un granché, ma potrai darti una pulita. La responsabile della camera sei tu, per cui, se sarà sporca o rompi qualcosa, detrarrò dalla tua paga ciò che mi spetta. Nell’armadio ci sono dei vestiti puliti; provateli e dimmi quali sono della tua taglia. Comportati bene e vedrai che ti troverai a tuo agio.»
Disse quelle parole meccanicamente, quasi fosse la millesima volta che le ripeteva, poi fece per scendere le scale.
«Grazie, Madame » tentai.
Lei si voltò, scuotendo il capo e sorridendo ironicamente.
«Aspetta a ringraziarmi, ragazza. Tra l’altro, come ti chiami?»
«Nera,Nera Luna, Madame.»
Madame Melissa si lasciò scappare una risatina poco educata e se ne andò.
Sconsolata, attraversai il corridoio e raggiunsi la mia stanza: spoglia, sporca, c’ era solo un letto, due comodini e un armadio; l’unico specchio era nel bagno, assieme a una doccia macchiata, un lavandino e un gabinetto; le pareti sottili vibravano a ogni gemito. Mi sdraiai sul materasso e un odore rancido inedificabile mi pizzicò il naso. Quell’aroma mi disgustò, ma poi pensai che, per quanto quel luogo fosse ameno, avevo un posto dove stare, ideale per lasciarsi andare nel vortice della propria oscurità. Il tempo avrebbe fatto il resto: dimenticare.

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luglio 8, 2016

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