Nera Luna, capitolo 7: Sorriso vermiglio.

Nera Luna, capitolo 7: sorriso cremisi.

Quando penso alla morte di mio padre, ricordo solo un grande e incolmabile vuoto.
Il giorno del funerale non avevo nessuno vicino: Priscilla mi era stata molto vicina ma, per quanto amasse Degòth, non era in grado di prendersi cura di me. Non c’era quasi nessuno in chiesa, il paese ci aveva abbandonato: l’adesione al partito, per quanto necessaria, ci era costata un esilio silenzioso; neppure i miei compagni di corso vennero a salutare, per un ultima volta, il loro maestro.
Il prete fece una messa breve e frettolosa; non riuscivo a capire il perché di tanto disprezzo, né mi interessava. Ero assente, meccanica, come se qualcosa in me si fosse rotto irrimediabilmente. Fissavo il volto di mio padre, steso nella bara, un velo copriva il corpo: indossava un bellissimo abito nero e la cravatta rossa stringeva il collo pallido e perfetto; non era mai stato tanto elegante, neppure per lavoro.
Seguii la processione, in silenzio: avevo finito tutte le lacrime e non avevo niente in corpo: il dolore mi aveva prosciugata. Lo seppellirono nel cimitero comunale, proprio accanto a Maria; restai ore a fissare la terra smossa. Iniziò a piovere e sentivo le gocce bagnarmi la testa, ma non mi mossi; mia madre piangeva per me.
Camminai senza meta e mi trovai sotto al salice; fissai le sue fronde piegarsi sotto la pioggia. Gridai, tanto forte da coprire i tuoni, cercando di vomitare fuori tutto quella oppressione e, quando restai senza fiato, mi gettai in ginocchio. Affondai le mani nella terra e ne percepii i granuli sui polpastrelli: Maria e Degòth erano lì, sotto la coltre marrone che copre il mondo, nell’abbraccio di mia madre; eppure, neanche l’odore d’erba bagnata riusciva a rallegrarmi. Sentivo nel petto un germe, una pulsazione oscura: il desiderio di vendetta.
Già dal giorno successivo al funerale, iniziai a indagare, ma, sebbene in paese tutti sapessero, nessuno voleva parlare. Fortunatamente per me, sia  io che mio padre eravamo venuti a conoscenza di molti sordidi segreti e fu semplice ricattare i più codardi. Occorse poco tempo per ottenere ciò che volevo: prove e sospetti portavano a Mario, il padre di Agata. Quel maledetto porco faceva pedinare la figlia e, venuto a conoscenza della sua visita a casa nostra,aveva subito pensato al peggio. Su tutte le furie, Mario aspettò mio padre lungo la strada per cui era solito rincasare e gli sparò a bruciapelo; sapeva di essere intoccabile: il partito lo proteggeva e in pochi, in paese, avevano il coraggio di inimicarselo.
Non potendo chiedere aiuto, bazzicai ogni locale malfamato di Firenze, cercando un sicario da assumere in cambio di sesso; ciò che ottenni, furono pessime notti con uomini sbronzi. Sembravano disposti a tutto, quei codardi, e dicevano di odiare il fascio, ma erano solo parole, nessuno era tanto audace; si lasciavano trasportare dalla corrente dell’odio, fingendosi ribelli.
Ero sola e non avevo niente da perdere: mio padre se ne era andato e non gli avevo neppure chiesto scusa; ero stata tanto stupida da crederlo invincibile. Mi restava solo la rabbia a cui aggrapparmi e, se non potevo farmi perdonare, avrei perlomeno ottenuto vendetta. Ritrovai il sorriso, un lieve increspamento delle guance e più per isteria che ilarità: io e mio padre ci assomigliavamo davvero molto e, a modo suo, sono sicura che avrebbe capito, infondo, anche lui aveva ucciso.
Pedinai Mario e studiai i suoi movimenti: era una persona abitudinaria che non mancava mai né il caffè mattutino, né il liquore a fine giornata; era quasi sempre in compagnia di colleghi o membri del partito e si allontanava raramente da Campi Bisenzio; era molto prudente, soprattutto dopo l’omicidio. Il suo unico punto debole sembrava essere la figlia; per quanto fosse violento e distorto, l’amore paterno che provava era sincero. Alla prima occasione, finsi di incontrare casualmente Agata, in un bar del centro; quando mi vide, mi abbracciò ed ebbi un piacevole fremito.
«Come stai? » mi chiese.
Davvero non sapeva di suo padre? In fondo, come avrebbe potuto; risposi impacciata, cercando di non farmi coinvolgere emotivamente.
« Penso tu sappia…»
« Sì, » annuì « me lo ha detto mio padre; sta facendo il possibile per trovare il colpevole, te lo garantisco.»
Cercai di trattenere la rabbia e, a denti stretti, recitai la mia parte.
« Possiamo parlare?» domandai.
«C…certo!» balbettò Agata, imbarazzata « adesso?»
« No.» replicai «Stasera, alle sette, da me e non dirlo a nessuno, ok?» e aggiunsi « Mi fido solo di te.»
Lei annuì, euforica, convinta che qualcosa ci legasse e, infondo, era vero.. La salutai frettolosamente e mi diressi a casa di Mario; sapevo che non era in casa e gli lasciai un messaggio nella cassetta delle lettere:
“ Tua figlia sarà con Nera, stasera, e qualcuno vuol far loro del male; se non andrai solo, potrebbero morire. Un amico.”
Breve, conciso, d’effetto, impossibile che il pollo non cadesse nella trappola; l’orologio del destino ticchettava furioso, in attesa di sangue.
Agata arrivò puntuale, indossava un abito lungo con fantasie floreali e le si leggeva negli occhi il desiderio. Non feci neppure gli onori di casa: la baciai immediatamente, distraendola, mentre le mie mani accarezzavano il suo corpo, svelando seni e cosce. Quando l’eccitazione raggiunse il massimo, la feci accomodare su una sedia.
«Cos’hai intenzione di fare? » chiese lei, imbarazzata.
«Silenzio.» risposi, provocante «È una sorpresa.»
La spogliai, la legai e le bendai occhi e bocca; Agata, inizialmente eccitata, non sentendo più le mie carezze, iniziò a insospettirsi: dolcemente, provò a chiedere di essere slegata, ma riuscì solo a mugugnare; cercò di alzarsi, ma le corde la bloccarono; disperata, mi cercò con lo sguardo e vide solo oscurità. Quando capì di essere in trappola, era troppo tardi; si agitò, cercando di fare rumore, ma, dopo la morte di Degòth e Maria, ero l’unica inquilina.
Mario arrivò, come previsto, verso le otto; era solo e, vedendo l’ingresso della palazzina aperto, fu preso dal panico. Salì le scale tre a tre e, quando arrivò di fronte alla mia casa, trovò l’ingresso aperto: al centro della cucina, c’era sua figlia nuda e legata. Corse all’interno, concentrato solo su Agata, ma, non appena varcò la soglia, lo colpii alla nuca e perse i sensi. Ancora svenuto, lo legai frontalmente alla figlia, in modo che potesse vederla e mi gustai la sua impotenza. Quando Mario riprese coscienza, liberai gli occhi anche ad Agata, in modo che potesse vedere.
«Ciao, Mario,» salutai, gelida « o dovrei chiamarti assassino.»
Avevo sognato quel momento tutte le notti, preparandolo, battuta per battuta, come fosse una tragedia.
«Non lo hai detto a tua figlia, vero?» continuai « Non le hai rivelato come hai aspettato mio padre in un vicolo e gli hai sparato a sangue freddo. Pensavi che nessuno te l’avrebbe fatta pagare e, soprattutto, che tua figlia non l’avrebbe mai saputo.»
Camminai attorno a loro, lentamente, facendo in modo che sentissero ogni passo; avevo tutta la notte per godermi la vendetta.
«Mio padre era un brav’uomo.» dissi, orgogliosa « Mi ha preso con sé e cresciuto come una figlia, donandomi la sua passione e il suo amore incondizionato; io, in cambio, gli ho vomitato in faccia decine di cattiverie e tu…tu mi hai privato della possibilità di chiedergli scusa!»
Puntai un coltello al collo di Agata.
«Vorrei tanto tu provassi quel che ho provato io,» ammisi « ma io non sono un mostro. La lascerò andare, se avrai il coraggio di ammettere le tue colpe.»
Strappai via il bavaglio a Mario, ma non allontanai la lama dalla figlia.
«Ammettilo! Dì a tua figlia cosa hai fatto; mostragli il mostro che sei!»
Mario tossì e mi fissò; avrebbe voluto gridare, ma il coltello al collo di Agata lo trattenne.
« Piccola puttanella, vuoi che lo ammetta? Sì, sono stato io!» ammise, furioso « Ho ucciso tuo padre! Era un porco e ha osato toccare mia figlia con le sue luride mani. L’ho aspettato e gli ho sparato alle spalle! L’ho abbattuto come l’animale che era e tu, cagnetta in calore, farai la stessa fine!»
Chiusi gli occhi, incanalai la rabbia e la domai. Quelle parole bruciavano nel petto con forza, alimentando il desiderio di carneficina, ma resistetti; la tragedia era ben lontana dal terminare.
Rimisi il bavaglio a Mario e lo tolsi alla figlia.
«Hai sentito, Agata? »
Lei riprese lentamente fiato, prima di rispondere, e annuì col capo.
«Dì a tuo padre con chi hai fatto l’amore quel giorno.» le ordinai.
«No…» piagnucolò.
« Ti illudi, se pensi che accetterà il nostro amore.» le sussurrai, abbastanza forte perché il padre sentisse « E desideri ferirlo, lo so, lo sento.»
Mario fissò la figlia, incapace di accettare quelle parole; aveva sempre saputo che era diversa, ma pensava che, con un po’ di sana educazione, le cose sarebbero cambiate. Non voleva sentire altro e tentò di divincolarsi, cercando di fuggire dalla verità.
«Io amo Nera » ammise Agata.
Il padre, incredulo, abbassò lo sguardo, incapace di sostenere la sua bigotta vergogna. Godetti a pieno di quel momento e lo memorizzai, secondo per secondo; il piacere di quegli occhi, colmi di resa, mi soddisfò più di qualsiasi amante. Infine, gli afferrai i capelli, sollevai la testa, appoggiai il coltello alla sua gola e gliela tranciai, da orecchio da orecchio; una cascata di sangue sgorgò dal sorriso vermiglio e, ben presto, Mario morì.
La tragedia era giunta al suo termine, ma il vuoto dentro di me non si era colmato. Confusa e insoddisfatta, raggiunsi Agata e la liberai.Lei si alzò e, senza dire una parola, sputò addosso al cadavere del padre; era finalmente libera.
«Grazie.» mi sussurrò.
Incapace di comprendere il suo reale stato d’animo, o anche solo di spiegarle cosa fosse successo quella notte, presi dall’attaccapanni un cappotto liso e un grosso zaino; non c’era più posto per me, a Campi Bisenzio.
«Dove vai?» chiese Agata, ancora nuda.
«Lontano.» risposi « Mio padre non mi ha registrato all’anagrafe, per cui io non esisto; nessuno mi troverà. Tu ora sei libera di fare quello che vuoi: vivi la tua vita, ma dimenticami; non possiamo stare insieme, io sono l’assassina e tu la vittima.»
«No, ti prego! » mi supplicò « io ti amo! Non puoi andartene! »
A quelle parole, fui tentata di portarla con me.
«Anche io ti amavo, » ammisi « ma tuo padre, Mario, mi ha trasformato in un mostro; la Nera che conoscevi è morta assieme a lui.»
Non aggiunsi altro, le diedi le spalle e me ne andai, lasciando tutto indietro: letto, casa, ricordi d’infanzia; sarebbero stati solo un peso. La notte mi inghiottì e neppure mia madre mi augurò buon viaggio.

capitolo successivo 

‹ capitolo precedente

Indice

 

 

giugno 10, 2016

Tag:, , ,

Rispondi