Nera Luna, capitolo 6: Le spine della rosa.

Nera Luna, capitolo 6: Le spine della rosa.

L’Italia aveva rapidamente cambiato volto: erano passati gli anni in cui era possibile decidere con la propria testa, avere pensieri propri e libertà; si doveva scegliere da che parte stare. Nessun tesserato si sarebbe preso la briga di aiutare un membro del partito antagonista e, soprattutto, senza dare nulla in cambio. Degòth detestava la politica, considerava chi ne faceva parte degli attori mancati che avrebbero avuto poca fortuna su di un palco vero, ma dovette scendere a compromessi con la realtà. Il fascismo raccoglieva proseliti e offriva vantaggi, prendeva piede tra il popolo e potere a Roma. I permessi per aprire un’attività erano difficili da ottenere per i non tesserati e Degòth fu costretto a iscriversi; ciò gli permise di usufruire di una sala e di avere pubblicità a prezzi ridotti. I suoi compaesani iniziarono a giudicarlo; nel paese, il partito comunista era stato ridotto, ma non piegato e il malumore serpeggiava.

 

Il nome della compagnia teatrale fu Nera Luna, in mio onore. La stanza era spoglia e il piccolo palco riusciva a contenere a malapena una decina di attori, ma ben presto i primi iscritti arrivarono: per lo più giovanotti spronati dalla scuola a intraprendere attività extrascolastiche; molti di loro non conoscevano neppure le basi, ma Degòth li avrebbe trasformati in attori provetti.

 

La teoria occupava gran parte delle lezioni e molti studenti abbandonarono il corso, ma quei pochi rimasti si appassionarono, soprattutto a me: ero nata per stare sul palco; ricordo che quando vi salii la prima volta, percepii una sorta di estraniazione, un formicolio piacevole e antico. Benché fossi ad appena un metro dal suolo, mi sembrava di volare. Adoravo lo scricchiolio delle assi sotto i piedi nudi, il calore delle luci sulla pelle e l’eco della voce sulle pareti. Passavo ore a provare e ogni notte contavo le ore che mi separavano dal palcoscenico.

 

Nonostante le avance dei compagni di corso, non cedetti mai ai miei impulsi; non solo per la promessa, ma anche perché la mia passione era rivolta altrove, al teatro, all’unica cosa che mi facesse sentire viva. Ogni volta che recitavo, visitavo luoghi lontani, percepivo emozioni uniche, amavo re, cavalieri, dame; avevo tutto.

 

Il primo spettacolo messo in scena fu una libera interpretazione di “Sogno di una notte di mezza estate” e attirò l’attenzione di tutto il paese.  Era la mia prima opera e la leggevo e rileggevo continuamente; sapevo le battute di ogni personaggio a memoria. Ogni volta che la risfogliavo, mi ci immergevo e mi sentivo divisa tra i due mondi descritti: il primo fatato e il secondo rozzo e popolano, che vivevano l’amore attraverso giuramenti infranti e filtri magici; nelle sue pagine, quella storia, ricordava quanto l’immaginazione fosse legata alla realtà, un tacito accordo di mutua bellezza.  Non era solo la trama ad intrigarmi, ma soprattutto le parole: amore liquido su un pennino leggero e movimento trasformato in melodia.  Mio padre fu bravissimo a gestire le pressioni del partito e lasciare l’opera più inalterata possibile: sebbene costretto a inserire temi socialisti, riuscì a nasconderli agli occhi degli spettatori.

 

La sera della prima ero emozionata; ricordo bene la sensazione dietro le quinte, ogni volta diversa ma sempre uguale: avere un pubblico reale mi inebriava  e terrorizzava, il cuore batteva euforico e la mente ripercorreva il copione battuta per battuta. Presa dall’agitazione, uscii all’aperto, mi gettai al suolo e accarezzai la terra; come per magia, ogni dubbio svanì. Un brivido mi corse lungo la schiena e riscaldò le guance: mia madre mi stava augurando buona fortuna e non potevo deluderla. Presi una profonda boccata dell’aria della sera, rientrai e salii sul palco; ogni luce si concentrò su di me e iniziai. Gli spettatori restarono incantati dalla mia leggiadria: mi muovevo senza pensieri e le parole uscivano come sospiri d’amore, lasciandomi un dolce sapore in bocca. Il tempo accelerò e, senza accorgermene, fui già all’inchino; dopo qualche istante di silenziose bocche aperte, il pubblico esplose in un applauso tanto forte da far tremare il piccolo teatro.

 

Fu un successo e, dopo poche settimane, ci chiesero una replica e gli iscritti al corso triplicarono. La saletta che aveva visto nascere il gruppo teatrale “Nera Luna” divenne troppo piccola e il partito fu costretto a concedercene un’altra più grande; sebbene il popolo fosse in subbuglio, i nostri spettacoli acquietavano gli animi e frenavano il desiderio di sommossa;  portavo speranza alle anime afflitte e riscaldavo i cuori persi nelle tenebre.

 

Le cose andavano perfettamente, ma era solo questione di tempo prima che io, o mio padre, rompessimo la promessa. Tra i nuovi iscritti c’era una anche una donna: Priscilla: una giovane vedova che aveva perso il marito in un incidente di caccia; era affascinante e aggraziata. Teneva molto al suo aspetto: aveva sempre con sé una borsetta piena di trucchi e sfruttava ogni occasione per sistemarsi i perfetti capelli bruni o incipriarsi le guance. La spiavo spesso per apprendere come valorizzare il mio essere donna, ma fu principalmente Degòth a notarla: iniziò con un flirt innocente, carezze accidentali e sorrisi discreti; una sera si trattennero a teatro, soli e ne uscirono scompigliati, a tarda sera.

 

La relazione tra  i due durò più di una notte e Priscilla iniziò a frequentare casa nostra: restava spesso per cena ed era molto gentile con me, ma non riuscivo ad accettare di dividere mio padre con lei. Lo avevo già visto in intimità con una donna e non mi aveva infastidito; stavolta, però, c’era qualcosa di diverso: Degòth era gentile, affettuoso e, lo ammetto, non essere più l’unica nel suo cuore mi ingelosiva.

 

Anche adesso, non saprei definire che tipo di rapporto avessi con Priscilla; per certi aspetti è stata la mia prima, vera amica: capì e sopportò i miei atteggiamenti irriverenti; come una matrigna ad ore, mi convinse ad aprirmi. Con lei, potei finalmente parlare di tutti quegli argomenti che mio padre non poteva capire: gli uomini, il sesso e le voglie che solo una donna può avere. Lei restò stupidita  dalla mia esperienza: ero matura sia fisicamente che mentalmente, sapevo ciò che volevo e come ottenerlo.

 

Nonostante, col tempo, avessi imparato ad accettare Priscilla in casa, sul palco la mia rivalità era assoluta: la vedova aveva esperienza teatrale e Degòth la scelse come prima attrice, scalzandomi. Ero avara di successo e non tolleravo la sua intrusione sul mio podio; il nostro rapporto si incrinò e Iniziai a sabotarla: rubai i suoi trucchi e li gettai nel fiume, feci acquisti a suo nome, senza pagarli, ma lei non si scompose. Arrivai addirittura a danneggiare le travi del palco da cui Priscilla faceva il suo ingresso: precipitò per poco più di un metro, si fratturò la caviglia e una grossa scheggia le si conficcò nella coscia, sfiorandole l’arteria.

 

Per lo spettacolo fu un danno enorme. Degòth aveva scelto come opera “La locandiera” di Goldoni e solo Priscilla conosceva le battute della protagonista. Le prove avrebbero subito un arresto impossibile da recuperare negli stretti tempi a disposizione, senza contare le riparazioni del palco; tutto andava esattamente come programmato. Di nascosto, avevo studiato la parte e lo dimostrai già alla prima prova. Mio padre, sebbene la mia età non fosse adatta al personaggio, fu costretto ad acconsentire, ma la mia insolita preparazione lo insospettì: diviso tra affetto e sospetto, indagò sull’incidente e trovò, sotto il mio letto, la sega che avevo usato per danneggiare le travi.

 

La mattina successiva, poco prima di andare a teatro, mio padre mi chiamò in cucina, appoggiò l’arma del delitto sul tavolo e, senza dire una parola, attese spiegazioni. Sbiancai, sapevo di essere stata scoperta e negare l’evidenza era impossibile.

 

«Posso spiegare.» ammisi, involontariamente.

 

«Lo spero » sentenziò lui, severo «Priscilla ha rischiato di morire e, come se non bastasse, lo spettacolo potrebbe essere cancellato.»

 

«Questo non succederà!» lo tranquillizzai «Conosco la parte e posso sostituire Priscilla senza problemi! Potrei anche fare di meglio se solo tu…»

 

«Se solo io? » mi interruppe.

 

«Se solo tu mi dessi la possibilità! » gridai «Sono sempre stata la tua preferita! Perché mi hai sostituto con una donna appena entrata in famiglia? Non è neppure tua moglie! Sono più brava! La migliore!»

 

Mio padre, per la prima volta e senza nessun indugio, mi schiaffeggiò sonoramente: mi piegai, più per il contraccolpo morale che quello fisico, e la guancia iniziò a bruciarmi.

 

«Anche il teatro è la nostra famiglia»  sentenziò. «C’è un codice tra noi attori e  tu l’hai tradito; se vuoi essere davvero la migliore, impara a rispettarlo. Non hai né l’età, né il talento per quella parte e sei troppo boriosa per accettarlo.»

 

Ferita nell’orgoglio, mi massaggiai il volto e lo fissai con sfida.

 

«Sei invidioso delle mie capacità» sibilai.

 

Degòth alzò la mano, pronto a colpirmi nuovamente, ma si fermò; sapeva che un altro schiaffo mi avrebbe fatto soltanto inferocire.

 

«Anche io ero come te:» disse, iniziando a passeggiare attorno al tavolo « borioso, arrogante e stupido. Pensavo che niente fosse più importante di me e mi sbagliavo: prima di ogni altra cosa, c’è lo spettacolo; un bravo attore non antepone mai sé stesso al teatro, perché solo il pubblico potrà dirti se sei la migliore.»

 

«Cosa ne vuoi sapere tu!?» tornai a urlare, innervosita dal pulpito da cui proveniva la predica « Hai rovinato la tua carriera per soldi e donne!»

 

Non riuscivo a fermarmi; sentivo una pulsione oscura premermi il petto, costringendomi a gridare per buttarla fuori.

 

« Sei solo un perdente, Degòth! L’unica cosa che puoi fare è scommettere sul mio talento, ma non sarà mai tuo!»

 

Mio padre mi guardò e scosse la testa, deluso.

 

«So cosa vuol dire sentirsi inattaccabili e al di sopra delle regole, Nera.» concluse « Continua su questa strada e non sarai mai una brava attrice.»

 

La sicurezza con cui proferì quel monito, mi pietrificò.

 

«Mai?» sussurrai.

 

Mi diede le spalle e si diresse alla porta; non si voltò neppure per dirmi: «Lo spettacolo sarà cancellato».

 

La notizia mi colpì come un maglio e l’ira sfumò, lasciandomi svuotata.

 

« Ma io conosco la parte!» tentai.

 

«Non abbiamo una protagonista e tu non sei pronta per il palcoscenico,» sentenziò, facendo per uscire « Potrai seguire le lezioni, ma non parteciperai alle prove fino a che non mi dimostrerai di essere un’attrice matura. Lo hai voluto tu, Nera; approfittane per riflettere sulle tue azioni.»

 

Detto questo, Degòth uscì, chiudendosi la porta alle spalle.

 

«Ti odio! Ti odio!» gridai «Pensi di essere migliore di me? Ti sbagli! Mi rimpiangeranno sul palco! Non sei neppure mio padre e ti atteggi come se lo fossi! Non ho bisogno di te, né di nessun altro! Ti dimostrerò quel che valgo! »

 

La porta restò chiusa. Mio padre non rispose, ma potevo sentirlo singhiozzare; lo avevo ferito, ma non riuscivo a provarne vergogna.

 

Nei giorni successivi, la situazione non migliorò: Degòth annunciò al gruppo teatrale l’annullamento dello spettacolo e il termine prematuro dei corsi; rimborsò parte del denaro versato dagli studenti e confermò la ripresa delle lezioni a fine estate.

 

Restavo il meno possibile a casa; ero ingenua e non comprendevo i miei errori. Mio padre si aspettava delle scuse che tardavano ad arrivare, ci salutavamo appena e non parlavamo più. L’atmosfera era tesa: uscivo alle prime luci dell’alba e rincasavo a tarda notte. Mossa dalla frustrazione, ricominciai a frequentare gli uomini., ma con maggior accortezza; l’unica lezione che avevo imparato, era di farlo lontano da occhi indiscreti.

 

Passavo le giornate nei locali fiorentini, chiacchieravo con chiunque mi offrisse da bere e  mi appartavo dove potevo: bagni, stanze d’albergo, vicoli bui; l’esperienza teatrale mi aveva resa una predatrice determinata e infallibile, nessun uomo riusciva a resistermi.

 

Ben presto, anche i piaceri della carne mi annoiarono; non era la passione a muovermi, ma una rabbia repressa e violenta: dovevo provare nuove esperienze. La nuova pulsione maturò in un locale vicino al Duomo dove, all’insaputa di mogli  e fidanzate frigide, uomini danarosi cercavano una via di fuga. La proprietaria, una prostituta di alto borgo in pensione, era una donna affascinante e molto, molto provocante: nonostante il suo fisico procace stesse iniziando a cadere sotto il peso dell’età, spargeva ormoni e lussuria. La fissavo spesso mentre lavorava: si muoveva felina e pericolosa; sembrava una tigre. Cercai la sua attenzione in molti modi: sguardi maliziosi, carezze distratte, eppure sembrava resistermi; non ero io a muovere il gioco, ma lei.  Mi eccitava quando mi passava vicino e sfiorava le natiche, quasi a suggerirmi di non perdere la speranza; senza accorgermene, da cacciatrice diventai preda.

 

Una notte, quando giunse l’ora di chiusura, la proprietaria allontanò tutti, tranne me. Entrambe sapevamo cosa sarebbe successo, riconoscevamo i nostri istinti nei reciproci sguardi: mi baciò con ferocia,  cogliendomi impreparata e mi sbatté su un tavolo;  la passione mi sciolse e i nostri corpi si mossero all’unisono. Su quella superficie sporca di unto, vino e caffè, ebbi il mio primo orgasmo omosessuale; strano, eppure naturale. I tabù di una società bigotta si disgregarono e la mente si aprì; mi accorsi di quanto fosse stupido negare la propria natura.

 

Da quella notte, frequentai altre donne: era complesso trovare una compagna, poiché l’omosessualità non era ben vista, soprattutto dal partito; i suoi divieti e regole sintetizzavano il timore per i diversi. Affinai le mie strategie di conquista, in modo da concupire le prede senza farmi notare: molte delle mie partner erano sposate o fidanzate, inconsapevoli delle loro pulsioni e si sentivano estranee, aliene; il mio compito era aprir loro gli occhi.

 

L’esperienza mi permise di notare particolari fino a quel momento ignorati, come ad esempio le attenzioni di una mia compagna di corso: si chiamava Agata ed era più grande di me; mi osservava di nascosto, mentre mi esercitavo, in modo voluttuoso e impacciato. Era la figlia di Mario, un carabiniere simpatizzante del partito fascista, un misogino che confondeva educazione con violenza. Sebbene fosse il seme di un uomo tanto disgustoso, Agata era diversa: portava i capelli a caschetto e si nascondeva dietro un paio di occhiali di metallo; guardava sempre in basso ed era molto timida; raramente sorrideva, ma quando lo faceva rallegrava chiunque.

 

Fu molto difficile avvicinarla, ma riuscii a invitarla a casa. Degòth sarebbe uscito con Priscilla e non sarebbero rincasati fino a tardi; era un’ottima occasione per passare del tempo assieme ad Agata e abbattere le barriere di inibizione che ci separavano. Fui un’ottima padrona di casa: la misi a suo agio, invitandola a sedersi e offrendole da bere; non le avevo rivelato le mie intenzioni, ma gliele lasciai intuire da sguardi maliziosi e frasi provocanti. Lei era nervosa, ma, dopo un paio di bicchieri di vino, si sciolse.

 

«Come ti trovi con tuo padre?» le chiesi, curiosa della misoginia di quell’uomo.

 

« È molto duro con me.» ammise « Penso si sia accorto che ho qualcosa di diverso dalle altre e mi obbliga a uscire con diversi suoi colleghi; è frustante. Ognuno di loro si aspetta qualcosa da me che non riesco a dare e ignorano il mio disgusto, quando cercano di baciarmi o toccarmi. Uno di loro mi ha rivelato che mio padre è disposto a pagare chiunque mi tolga la verginità.»

 

«È orribile!» dissi, sinceramente disgustata «Non dovrebbe permettersi di decidere per te.»

 

«È un padre.» rispose, dogmatica «Devono decidere per noi; siamo donne, non possiamo non obbedire. »

 

« Non è assolutamente vero, mia cara Agata.» affermai, scostandole i capelli dal viso «Gli uomini pensano di dominarci, ma siamo noi a comandare.»

 

A quella carezza, lei scattò nervosa e si allontanò; sebbene il suo corpo fremesse, rifiutava il contatto. Cercai di ammorbidirla con dell’altro vino.

 

«Sei molto bella » aggiunsi « non dovresti essere triste; qualsiasi uomo perderebbe la testa per te. Anche io faccio fatica a starti lontana. »

 

Complice l’alcool e le belle parole, Agata si lasciò avvicinare. Le mie mani percorsero le sue cosce, partendo dalle ginocchia, le accarezzai il ventre, il viso e la baciai: un languido, caldo bacio.

 

Dal salotto, la nostra passione si spostò in camera; la sua repressione esplose, entusiasmandomi: passammo ore tra affetto e rapporti infuocati.

 

A tarda sera, ci salutammo. Provai una strana palpitazione nel guardarla andare via: ero triste, ma al contempo felice di averla incontrata. Mi gettai sul letto ancora disfatto e sorrisi; il ricordo di Francesco mi bussò alla memoria: mi mancava e avrei voluto averlo vicino.

 

Parlare con Agata mi aveva aperto gli occhi: sapere come suo padre la trattava, mi fece capire quanto fossi fortunata ad avere il mio; decisi di chiedergli scusa. Si meritava tutto il mio affetto e, infondo, non era stato obbligato ad adottarmi, né tanto meno a crescermi. Ero stata egoista e non vedevo l’ora di togliermi quel peso dal cuore.

 

Preparai un dolce e apparecchiai la tavola: non ero brava in cucina, per cui feci qualcosa di semplice; volevo che la nostra riconciliazione fosse perfetta

 

Giunse la notte, ma Dègoth non rincasò. Pensai che si fosse trattenuto con Priscilla e attesi fino al mattino, senza riuscire a dormire; avevo una brutta sensazione, mai provata prima. Uno strano vento si alzò improvviso, tanto forte da far sbattere la finestra; mia madre stava cercando di dirmi qualcosa.  Bussarono alla porta e corsi ad aprire; magari mio padre aveva semplicemente dimenticato le chiavi, ma alla soglia c’era un uomo in uniforme, col cappello stretto al petto.

 

«Lei è la figlia di Dario Parsilli?» chiese, con voce solenne.

 

«Sì. » risposi, preoccupata « È successo qualcosa?»

 

«Non so come dirglielo » prese fiato «Hanno sparato a suo padre.»

 

Corsi in casa e iniziai a preparare gli abiti per mio padre; probabilmente era ricoverato all’ospedale e aveva bisogno di me, non potevo lasciarlo solo. Il vento riprese a soffiare e fece sbattere violentemente la porta alle spalle del carabiniere.

 

« Suo padre è morto.» concluse, lapidario.

 

Misi tutti gli abiti in una valigia; non volevo fermarmi, non potevo. Se lo avessi fatto, avrei creduto a quelle parole e non ero pronta, non lo sarei mai stata.

Il carabiniere, vedendomi in quelle condizioni, si avvicinò, cercando qualcosa da dire.

 

«L’ho trovato personalmente in un vicolo poco lontano.» provò ad aggiungere, pensando di non avermi convinto «Stava rincasando, ma qualcuno lo ha fermato; aveva ancora il portafoglio pieno, non è stata una rapina. Faremo delle indagini e le prometto che troveremo il colpevole.»

 

Tenevo stretta in pugno la sua sciarpa preferita, a righe nere e beige; la odiavo: sembrava un vecchio quando la indossava. Mi accasciai a terra e piansi, nascosta nel tessuto; strinsi il petto tra le braccia, per contenere il dolore, che cercava di uscire, sbranando il torace.

 

Il carabiniere si inginocchiò accanto a me, accarezzandomi la spalla.

 

«Mi ha detto di chiederti scusa e che ti ama.»

 

Da sotto la divisa, estrasse una bambola di stoffa macchiata di sangue; era per me, il suo modo per chiedermi scusa.

Era tutto finito.

Tutto.


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