Nera Luna, capitolo 5: Piacere, debolezza e verità.

Nera Luna

 

La spirale di declino in cui il mondo stava cadendo accelerò la propria corsa: ogni ora, migliaia di persone perdevano tutto, restando coi ricordi di un sogno mai realizzato, e le piccole aziende fallivano una dietro l’altra; la giovane Italia, come uno stivale senza tacco, zoppicava di fronte ai giganti oltralpe. Le domande del popolo restavano disattese da un impero in subbuglio. La nazione adolescente non era pronta ad affrontare la vecchiaia di un’economia retrograda e un uomo iniziò a stagliarsi sopra le masse: partendo da satira e ironia, costruì pezzo dopo pezzo il suo castello di rabbia; un’onda che, una volta avviata, avrebbe potuto sommergere tutto, lasciando solo cenere. Mussolini stava convincendo il popolo a seguirlo, a ribellarsi contro un sistema corrotto; la libertà andava pagata col sangue e le reazioni fasciste si fecero accese. Perfino nelle campagne i malumori crescevano: durante una sparatoria, tre miei compaesani persero la vita; la tensione era alle stelle.
A mio padre non interessava la politica, ma non prendere posizioni era sospetto per entrambe le parti e, ben presto, anche l’azienda di Umberto fu colpita dalla crisi; nessuno li aiutò. Il costo della paglia levitò e i clienti si rifiutarono di pagare; nonostante orgoglio e impegno, la fabbrica fu chiusa e tutti si ingegnarono come poterono: Paolo cercò fortuna a Milano assieme a Riccardo, mentre Severina, ormai anziana, decise di occuparsi a tempo pieno dei nipotini. Umberto non si riprese dal brutto colpo e perse velocemente la voglia di vivere: si impiccò in casa due mesi dopo, senza lasciare né un biglietto né un saluto.
Degòth si trovò nuovamente ad affrontare la vita senza una sicurezza economica. Fortunatamente, in quegli anni, era stato molto prudente e aveva messo da parte una piccola fortuna, ma non sarebbe bastata per sempre. Nervoso e preoccupato di come avrebbe potuto crescermi, non si accorgeva di quanto fosse dura anche per me: l’aumento generale dei prezzi aveva colpito soprattutto i beni di prima necessità e a farne le spese fu il fornaio del paese, che chiuse i battenti una fredda sera d’inverno. Francesco partì con suo padre appena una settimana dopo; sarebbero andati in Francia, da dei parenti della madre e non avrebbero più fatto ritorno.
Ci incontrammo sotto il salice spoglio il giorno prima che partisse: era freddo, il cielo era coperto di nuvole e cadeva un nevischio acquoso. Ricordo che non riuscimmo a dirci niente; restammo in silenzio, a fissarci, cercando di ridere come ai vecchi tempi. Solo un piccolo, primo e impacciato bacio sancì il nostro addio: una muta promessa di rincontrarsi in futuro. Il giorno dopo, guardai il mio primo amore scomparire nelle nebbie del mattino.
Le difficoltà sanno piegare anche gli uomini più forti e le nostre debolezze sono sempre in agguato, pronte ad offrirci facili guadagni e scorciatoie.
Mio padre pensava di aver sconfitto le sue, ma si sbagliava: il loro più grande inganno era stato scomparire, aspettando il momento giusto per riemergere. Sebbene non cercasse impieghi di prestigio, la richiesta era in continuo calo e il poco lavoro rimasto era troppo politicizzato. Dopo mesi di ricerca e sacrifici, l’ombra del passato tornò su di lui: il gioco d’azzardo e le donne a buon prezzo lo fecero cadere nei vecchi errori; da impiegato modello e padre esemplare, divenne assente. Quando rincasava, odorava di bettole di second’ordine: la puzza d’alcool e vomito nascondeva l’olezzo della vergogna e ogni volta era assieme a una puttana diversa; dilapidò quasi tutto nelle menzogne del vizio.
Mio padre mostrò il suo lato oscuro senza preavviso, ma, invece di turbarmi, ne restai affascinata. Sebbene avessi appena dodici anni, il mio corpo si era adattato a voglie mature: le forme androgine erano esplose in curve formose e seducenti e ogni sussurro, carezza o sospiro mi eccitava. Origliavo spesso, attraverso i muri sottili, le grida di piacere delle varie amanti di mio padre, fino a che, una notte, ebbi il mio primo ciclo: fu doloroso e anticipato da crampi violenti, come se un pugile picchiasse su stomaco e reni; da bambina, diventai improvvisamente donna, ma non c’era nessuno a spiegarmi cosa questo comportasse; ero sola, con un dolore che avrei dovuto affrontare per tutta la vita. Piansi fino al mattino, ma mio padre non lo notò; era troppo impegnato a salutare l’ennesima compagna per accorgersi della figlia.
Dopo giorni passati a nascondere la vergogna della maturità, iniziai a desiderare un uomo e non uno qualsiasi, ma Degòth: la sua oscurità era incredibilmente affascinante, fatale, nascondeva in sé la dolcezza del padre e il fascino bastardo del Don Giovanni. Ero consapevole di non poterlo avere, ma era impossibile resistere a quelle voglie tanto travolgenti e iniziai a frequentare gli uomini del paese: nessuno, giovane o vecchio, riusciva a resistermi. Mia madre portava col vento ormoni incontrollabili: era l’unica a starmi vicino, indicandomi la mia indole selvatica. Per quanti amanti frequentassi, non mi concessi mai; non erano neppure l’ombra dell’affascinante Degòth che tanto desideravo e stavo quasi per arrendermi. Poi lo vidi: un ventenne seduto al bar che sorseggiava un caffè: la giovane copia di mio padre; mi avvicinai e mia madre mi fece ondeggiare i capelli col suo respiro. Fu sufficiente un saluto per conquistarlo: il mio profumo era irresistibile e bastò un solo sguardo perché cadesse ai miei piedi; non chiesi neppure il suo nome.
Lo condussi sotto il ponte, mossa da un fuoco inestinguibile: le fiamme ardevano dal ventre e infiammavano labbra e cosce; lo baciai e spogliai. Le nostre mani e lingue si incontrarono, per poi separarsi e ritrovarsi in punti diversi; non ci fu parte di lui che non scoprii. Mia madre trasformò la terra in un morbido materasso e l’acqua del fiume in dolce melodia. Non fu doloroso: ero nata per la passione e il piacere mi avvolse. Le mie curve lussuriose ondeggiavano sull’amante che tanto somigliava a mio padre: stringevo i suoi riccioli tanto forte da strapparglieli e le mie unghiate lasciavano solchi sanguigni sulla sua schiena; volevo domarlo…e lo feci.
Lo lasciai lì, sotto l’argine, addormentato; non lo avrei più rivisto, né ho ripensato a lui fino a oggi: era stata la frivolezza di un attimo, ma segnò il mio cammino per sempre.
Non mi hanno mai spaventato i giudizi della gente: ottusi, bigotti perbenisti pronti a giudicare; tacevano, quando li accarezzavo. Traevo piacere da qualsiasi amante, che fosse giovane, vecchio o sposato; cercavo sempre nuove esperienze e nessuno era tanto furbo, forte o spaventoso da fermarmi. Mio padre faceva da maestro inconsapevole, portandomi esempi di procacità; era troppo preso dalla sua perdizione per accorgersi della mia.
Fu il fato a rompere l’incantesimo. Una sera, Degòth trovò compagnia prima del solito: una donna di mezz’età di nome Roberta, affascinante e benestante; aveva ceduto a carezze e battute prima delle altre. La condusse lungo l’argine del fiume, diretto al salice e già pregustava di scoparsela sotto le sue fronde, non poteva sapere che avevo avuto la sua stessa idea. Troppo ubriaco per interessarsi delle grida di piacere, mio padre spostò i rami e mi vide cavalcare selvaggia l’ennesimo amante: un ometto di mezza età conosciuto in un locale fiorentino, mezzo calvo e grassottello, che mi aveva semplicemente offerto da bere; non mi interessava la bellezza, ma solo il piacere.
Nel vedermi tanto “presa”, Degòth sbiancò; provava un misto di eccitazione e disgusto, che scoppiò nell’ira: afferrò il braccio del mio amante e lo scaraventò lontano. Quest’ultimo non fece in tempo ad alzarsi che mio padre gli si scaraventò addosso e lo tempestò di pugni. Roberta impallidì e, presa dal panico, fuggì; io non riuscii a distogliere lo sguardo, perversamente eccitata da quella violenza. Intervenni solo quando la furia di mio pare raggiunse l’apice: raccolse da terra un masso e io lo afferrai per il collo, ma era forte, prestante e con un solo rovescio mi lanciò via. Consapevole e incredulo di ciò che aveva fatto, si fermò.
L’ometto, approfittando dell’occasione, si liberò e, ancora nudo, iniziò a correre come un forsennato, maledicendomi.
Mio padre mi fissò per un’istante lungo una vita; nei nostri occhi brillava la stessa vergogna e nessuno interruppe il silenzio. Entrambi raccogliemmo quel poco di dignità che ci era rimasta, andammo a casa e ci sedemmo attorno al tavolo del salotto.
«Perché? »mi chiese.
Lo guardai con rabbia e determinazione.
«Perché mi piace.» risposi.
Lui, a stento, trattenne la colpa del proprio fallimento.
«Che cosa ti è successo, Nera? »
« Mi hai abbandonata!» risposi, furibonda « Non hai fatto nient’altro che bere e scopare in questi ultimi mesi. Mi hai lasciato sola e ho fatto ciò che mi andava di fare!»
«Sei troppo giovane per decidere cosa puoi o non puoi fare!»
«E tu sei troppo vecchio per permetterti di fare il bambino!»
Degòth si rabbuiò; l’accusa di immaturità lo colpì nel profondo.
«Avresti fatto meglio a lasciarmi sotto quel salice!» incalzai, con l’intenzione di fargli del male « Non lo voglio un padre come te!»
Mi alzai e la sedia si schiantò a terra, corsi in camera, chiusi a chiave e mi lasciai andare a un pianto solitario.
Degòth restò seduto a quel tavolo, a capo chino e in silenzio. Come in passato, provò vergogna di sé: sapeva di avermi deluso; si era promesso di farmi da guida, ma era stato esempio di totale incapacità. Incredibilmente, non era stato il vedermi fare sesso a turbarlo, ma ciò che nel profondo aveva  percepito: eccitazione. Disgustato da quel sentimento, si alzo e bussò alla mia porta.
«Nera? »
Non risposi.
«So di averti deluso; non avrei mai dovuto fare ciò che ho fatto, ma è successo. Dentro di me c’è un lato che non avrei mai voluto mostrarti e che speravo tu non avessi ereditato. Forse non riuscirai mai a perdonarmi, ma siamo soli in questo mondo.  Potranno avvicinarsi tante persone al tuo petto, ma saranno pochi a volerti bene quanto tuo padre. Avrei dovuto accorgermene di quanto stavi crescendo in fretta e, sebbene sia in palese ritardo per spiegarti alcune cose, vorrei avere un’altra occasione: se mi farai entrare, prometto che non ti giudicherò per le tue scelte; ti parlerò come a un’adulta, ma vorrei che tu facessi altrettanto.»
Aprii la porta timidamente e  lo fissai dal pertugio, cercando la colpa nel suo sguardo.
«Entra » sussurrai.
Era da molto tempo che mio padre non entrava in camera mia e la trovò profondamente cambiata: non c’erano più bambole o disegni attaccati ai muri; era la stanza di un’adolescente. Mi sedetti sul letto a una piazza; La finestra alle mie spalle era aperta e accanto a me, sulle coperte, c’era un libro rilegato in pelle: la raccolta dei successi teatrali di mio padre.
«Dove lo hai trovato? » mi chiese, un po’ imbarazzato « Pensavo di averlo buttato via tanti anni fa.»
Sorrisi.
« Era nascosto sotto un’asse del pavimento » risposi « l’ho trovato un paio di anni fa. Quando l’ho aperto, sono rimasta davvero sorpresa; avrei voluto vederti sul palcoscenico. »
Mi si sedette accanto e assieme sfogliammo le pagine ricolme di foto, articoli e lettere d’amore: Degòth  aveva conquistato donne e successo in tutta Europa e ancora portava nel cuore i malinconici ricordi dell’Enrico VI, i caffè con Pirandello e André Antoine, le ore dietro le quinte a ripetere battute, l’eco degli applausi che assorda l’udito, spalti gremiti e il romanticismo di una vita dedita all’arte. Una lacrima gli rigò il volto.
«Perché piangi, papà? »
Quel volume gli stava ricordando l’amore per il teatro, un affetto tradito a favore della perdizione.
«Sai così poco di me, figlia mia. Voglio proteggerti dal mio passato, ma non riesco a dimenticare.»
«Raccontamelo, ti prego » supplicai « Sono cresciuta e voglio che tu sia sincero con me; ho bisogno di una guida. Possiamo essere amici, oltre che padre e figlia.»
«D’accordo.» rispose e respirò profondamente « Iniziai la mia carriera teatrale per gioco: ricordo che da bambino andavo in centro a guardare gli spettacoli delle compagnie girovaghe e mi divertivo a inscenare piccoli spettacoli per far colpo sulle ragazzine; ero bravo. Mia madre era morta durante il parto e mio padre, un altero e famoso avvocato, non tollerava la mia passione e cercò in tutti i modi di sopprimerla. Mi costrinse nei più rigorosi collegi d’Europa con l’obiettivo di farmi prendere il suo posto, ma più cercava di allontanarmi dal palco, più il suo fascino proibito mi attraeva. Avevo sedici anni quando scappai di casa e mi unii a una compagnia girovaga: erano poveri, ma molto buoni con me e fu la mia vera, prima famiglia. Sul palco riuscivo a esprimere tutte quelle emozioni che tenevo dentro e, ben presto, un direttore di teatro ci offrì la possibilità di recitare su di un vero palcoscenico. Da quel giorno iniziarono i più bei giorni della mia vita: ero tra gli attori più contesi d’ Europa e facevano a gara per avermi in ogni opera; non c’era strada o locale dove qualcuno non mi riconoscesse e non c’era donna che riuscisse a resistere al mio fascino!»
Inizialmente emozionato, si rabbuiò: il suo segreto stava per emergere.
« Fui richiamato in Italia per la morte di mio padre: un ladruncolo lo aveva accoltellato per qualche moneta e un orologio da taschino. In quegli anni avevo pensato spesso a lui, ma ci eravamo persi di vista: mi ero ripromesso che un giorno mi avrebbe visto sul palco e sarebbe stato fiero di me, ma la morte lo aveva allontanato prima che potessi dimostrargli il mio valore. Quando lo vidi sdraiato nella bara, promisi a me stesso che lo avrei perlomeno vendicato.»
Non pensavo che mio padre avesse sofferto tanto, lo avevo sempre visto con gli occhi della figlia: forte, invincibile e sempre pronto a proteggermi. Nel sentire la sua storia, mi commossi: non sapevo della sua perdita, né potevo immaginare la sua sofferenza.
«Perché non hai continuato col teatro? » chiesi.
« Volevo vendetta e la trovai, ma a un caro prezzo» rispose « Mi mischiai ai derelitti e fui trasportato dall’odio, conobbi l’alcool, il gioco d’azzardo e i piaceri della vita a buon prezzo. Ero a pezzi quando incontrai l’assassino di mio padre in una sala scommesse e lo uccisi di fronte al gestore: gli sparai al collo e alla testa e le sue cervella schizzarono da tutte le parti. Nonostante avessi abbastanza soldi da permettermi il silenzio di chiunque, non potevo sapere quanto uccidere cambi profondamente: ti lascia un solco nel cuore e la morte impressa negli occhi; crea un vuoto che solo l’amore può riempire, ma io ero astemio all’affetto e adoravo solo me stesso. Tornai al teatro, ma continuai col vizio negli angoli oscuri delle strade e nei retrobottega. Pensavo che niente potesse scalfire la mia fama, ma presto i palchi mi abbandonarono, il pubblico iniziò a detestarmi e restai solo, senza affetti; un morto ancora vivo, in attesa che il corpo raggiunga lo stato dell’animo. Poi, sei arrivata tu e hai soffiato con tanta passione sui carboni del mio cuore da riaccenderlo, ma ho finito per deluderti: non trovo lavoro neppure come spazzino; sono un fallimento, sia come figlio che come padre.»
Poggiai la mano sulla sua spalla e mi rannicchiai tra le sue gambe, come facevo da bambina.
«Non sei un fallimento, papà. Hai smarrito la strada, ma la ritroverai, per me.»
Mi accarezzò la testa: i capelli morbidi scorrevano tra le dita come fili di seta e brillavano alla luce delle stelle. L’autunno alle porte sospirò attraverso gli spifferi delle finestre e ricordò a mio padre cosa fosse davvero importante: aveva me e non avrebbe mai permesso a nessuno di farmi del male, soprattutto al suo lato oscuro.
«Nera, hai mai sognato il teatro? » chiese, d’improvviso.
« Ogni notte! » risposi, euforica.
«Bene!» continuò mio padre « È tempo di esaudire il sogno.»
«Che vuoi fare?» domandai, trepidante.
Mi scostò dolcemente, si alzò e si diresse alla porta, colto da nuova euforia.
«Apriremo un corso di recitazione! » affermò, teatrale.
«Davvero!? » esclamai; ero al settimo cielo!
«Sì, ma solo a una condizione: » affermò « niente più uomini fino a che non sarai pronta.»
Arrossii: non avevo ancora realizzato di essere stata scoperta da mio padre a fare sesso. Mi voltai verso la finestra per nascondere l’imbarazzo e, una volta pronta, anche se non capivo il motivo di quel divieto, accettai.
«D’accordo, ma tu non dovrai mai più essere l’uomo che eri; non sei un fallimento, ma potresti, anzi potremo, diventarlo.»
Mio padre annuì, mi abbracciò forte e mi salutò con un bacio sulla fronte prima di tornare alla sua stanza; aveva bisogno di riposo, l’indomani avrebbe ricostruito la sua vita.

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