Nera Luna, capitolo 4: Sulla morte e sull’amore.

Nera Luna
Il tempo passò alla rapidità di un sospiro e cambiò ogni cosa, pur rimanendo tutto identico.
Ciò che per mio padre era stato anche solo difficile immaginare, divenne abitudine. Il suo viso perse parte della bellezza giovanile, ma ottenne un fascino brizzolato irresistibile. Lavorare, occuparsi di casa e famiglia divennero una seconda natura; dopo solo due anni, Umberto lo nominò responsabile e, grazie al suo charme, raddoppiò le vendite aziendali
Io crescevo forte, viva e in salute. Ogni settimana segnavo la mia altezza sulla parete di camera: cambiamenti insignificanti presi singolarmente, ma che assieme costruivano il futuro.  Ogni mattina mi svegliavo con più energie del giorno precedente, le gambe mi sorreggevano con maggior tenacia e i sensi si facevano più acuti. Scoprivo il mondo con curiosità crescente, respirando alla finestra libertà: passavo le ore a fissare la rocca, il fiume e i campi perdersi all’orizzonte, sognando il giorno in cui avrei riabbracciato mia madre.
Già a pochi anni, camminavo e capivo ben più parole di quante avrei dovuto; rafforzavo il fusto della rosa in cui sarei sbocciata e la mia infanzia era una promessa di grandezza. Trovavo la bellezza nelle cose più semplici: cambi di stagione, i primi fiori della primavera, gli alberi da frutto coi loro colori brillanti, l’alba e il tramonto; minuscole emozioni che solo un cuore immenso poteva comprendere. Amo mia madre, ogni suo dono è armonia.
Quando fui in grado di parlare, Degòth iniziò ad occuparsi personalmente della mia educazione: storia, filosofia, matematica, francese, inglese, latino e soprattutto teatro; conosceva ogni opera, dalle minori alle maggiori, e ne parlava con contagiosa passione. La sera, prima di addormentarmi, già recitavo per il mio piccolo pubblico di amici immaginari.
All’età di otto anni, mi fu concesso di uscire; ero emozionata e curiosa per natura, perché di lei ero figlia. Ben presto capii di essere diversa: sebbene estroversa, non legavo coi coetanei, che erano spaventati dalla mia raffinatezza e genialità. La cosa non mi infastidiva, ma sentivo la necessità di un compagno; era una mancanza acerba, saltuaria, che mia madre riempiva con affetto: la terra si ammorbidiva al mio passaggio e ogni caduta era un abbraccio; la frutta che rubavo diventava matura al tocco; le rane che spiavo nei fossati cantavano per me; quel che per gli altri era normalità, per me era una passione seducente, un’onda di emozioni che avvolgeva ogni cosa e allontanava qualsiasi malvagità. Eppure, più vivevo la magia del mondo, maggiore era la necessità di condividerla.
Fu il destino a farmi conoscere Francesco, il figlio di Ferdinando il fornaio: basso, grassottello, dai capelli castani e il viso buono, coperto di lentiggini. In paese, lo prendevano tutti in giro per via dei suoi abiti sporchi di farina: quando camminava, alzava una nuvola bianca attorno a sé. Non ne capivo il motivo ma lo trovavo intrigante e ne ero attratta. Quando non aiutava il padre, era sempre solo e mi spiava, nascondendosi tra le siepi; divenne il mio primo vero spettatore. Un giorno nuvoloso, mi feci seguire ai piedi dell’argine, sotto il ponte del paese. Ballando, mi avvicinai a lui; non si mosse, come se non aspettasse altro.  Lo presi per mano e corremmo alle note della pioggia; da quel momento diventammo inseparabili. Lui mi insegnò a fare il pane, mentre io gli mostrai la bellezza.  Giocavamo assieme tutto il giorno, sfidandoci in ogni cosa; Francesco era imbattibile a pesca, ma restava sempre indietro nella corsa. Col tempo, iniziammo a provare un sentimento diverso dalla semplice amicizia, un amore embrionale, perfetto.
Tutto scorreva al ritmo della felicità, ma il dispiacere era dietro l’angolo, pronto a colpire.
Una mattina d’inverno, dopo una lunga e incessante tempesta, Maria uscì di casa e scivolò su una pozza d’acqua, sbattendo la testa. Morì sul colpo e a niente servì l’intervento dei pochi testimoni. Fu mio padre ad occuparsi del funerale: la misero in un feretro di legno scuro e sembrava dormisse sulla morbida imbottitura di velluto bianco. Indossava un abito azzurro che brillava alle candele della chiesa e tutti passarono a darle un ultimo saluto, donarle un fiore o versare una lacrima; perfino il prete pregò trattenendo il pianto. Maria era una donna buona che si era fatta amare per la sua forza.
Mio padre mi accompagnò fino alla bara aperta; non sapevo cosa fosse la morte e chiamai la mia nonna adottiva con dolcezza, ma non rispose. “ Se non posso svegliarla” pensai “posso cullare i suoi sogni” e intonai la nostra ninnananna, il miglior ricordo che ho di lei. Tutti i presenti, compreso Francesco, mi seguirono nella melodia; Maria era la nonna di tutto il paese. La mia ultima nota fu spezzata da un singhiozzo, mi aggrappai alla coscia di mio padre e, tra le pieghe dei pantaloni, piansi. Degòth mi passò una mano tra i capelli e strinse con affetto; aveva tentato di prepararmi alla morte, ma viverla in prima persona mi aveva cambiato, per sempre.
La bara fu chiusa con lunghi chiodi di ferro; il rimbombo dei martelli era insopportabile.  Umberto, Degòth, Ferdinando e un carabiniere di nome Mario, si offrirono di portare la bara; la processione lì segui. Passammo il ponte ad arco sul fiume e guardai in lontananza, verso il salice: la sua chioma salutava per l’ultima volta una vecchia amica. Sentivo un dolore immenso al cuore e avevo bisogno di un conforto che nessuno poteva darmi: abbandonai il corteo e corsi lungo l’argine; mio padre non cercò neppure di fermarmi, sapeva che avevo bisogno del conforto di mia madre, ma Francesco mi seguì.
«Fermati, Nera! Dove stai andando?»
Io non risposi; ero sempre stata più veloce, e arrivai al salice prima che potesse fermarmi. Scostai le fronde con delicatezza e appoggiai la fronte sul fusto.
« Perché hai creato la morte, madre? Perché la seppelliranno chiusa in una scatola, lontana dal tuo abbraccio e dal mio affetto? Solo un pezzo di pietra la ricorderà; non la rivedrò mai più; non la sentirò cantare durante le pulizie, né la vedrò rincorrermi per mettermi il cappotto.»
Piansi come non avevo mai fatto; rivoli di lacrime bagnarono il salice.
«Cos’è la morte, mamma? Toccherà anche a mio padre? Quando sarò sola, morirò anche io?» solo il silenzio rispose e gridai: «Perché non rispondi!?»
Francesco mi aveva raggiunto, ma restava in silenzio; capiva quel dolore. Dopo il mio sfogo, si fece coraggio, passò il velo di foglie e mi appoggiò la sua giacchetta sulle spalle.
«Prenderai freddo…» sussurrò.
In quel momento, capii quanto Francesco fosse importante per me: era l’unico, vero amico che avevo e potevo fidarmi di lui; non mi avrebbe mai abbandonato.
«Sai cos’è la morte?» gli chiesi «Intendo quella vera.»
«No.» rispose, dopo averci pensato a lungo «Non riesco proprio a capire cosa sia, mi dispiace.» aggiunse, triste.
«L’avevi mai vista prima?»
Francesco abbassò il capo e si chiuse in un silenzio meditabondo. Un ricordo antico tornò a turbarlo e quasi ebbe l’impulso di scappare, ma non lo fece.
«Non posso dire di averla vista, ma l’ho sentita e la sento adesso.» ammise «È successo tre anni fa, mia mamma era molto malata e mio papà non aveva i soldi per comprare le medicine. Resistette a lungo, ma l’inverno di quell’anno fu troppo rigido e se ne andò una notte di primavera. Mio papà mi disse che ero troppo piccolo e non mi permise di salutarla un’ultima volta; il rimpianto di quel giorno mi pesa ancora oggi.» si fermò, titubante, poi si fece coraggio e continuò «Non l’ho mai detto a nessuno ma, una notte, mentre guardavo le stesse dalla finestra, sentii la voce lontana di mia mamma che mi chiamava. Corsi fuori all’insaputa di mio papà e la cercai ovunque per farle la stessa domanda che hai fatto a me»
«E l’hai trovata?» chiesi.
Francesco scosse la testa.
« Tornai a casa all’alba e trovai mio papà ad aspettarmi di fronte alla porta: mi prese per un orecchio, mi tirò in casa, chiuse la porta e mi presi la peggior lavata di capo di tutta la mia vita!» rispose, ancora terrorizzato al ricordo «Ma quando gli spiegai il perché fossi fuggito, invece di sgridarmi ancora, mi abbracciò forte, guardandomi dritto negli occhi emi disse: “Tua madre è ancora qui con noi; non la puoi vedere, ma posso insegnarti a sentirla. Ricordi quando ti imboccava, i baci prima di dormire e i suoi abbracci? Se fai attenzione, dentro di te puoi sentire forte il suo calore; fin quando la porterai nel cuore, sarà sempre con te.»
Restammo in silenzio ad ascoltare il fiume e il vento tra il salice; l’eco delle preghiere in lontananza rendeva l’atmosfera surreale.
«Francesco,» interruppi la quiete «fammi una promessa.»
«Certo, Nera.» rispose lui, imbarazzato e colto alla sprovvista.
«Quando morirò, seppelliscimi sotto questo albero: non voglio essere rinchiusa in un scatolone di legno e lontano dall’abbraccio di mia madre.»
Francesco, titubante ad accettare quella promessa, mi guardò negli occhi; mi capiva al volo, quando voleva.
«Te lo prometto, Nera.»
Rispose, poi arrossì e deglutì nervoso; voleva dirmi qualcosa. Estrasse dalla tasca una scatola di cartone: all’interno, c’era un anello di legno con incise le nostre iniziali.
«L’ho fatto io» ammise.
Abbassai lo sguardo, timidamente; e , per un istante, tutto il dolore sembrò scomparire.
«Anche tu devi farmi una promessa» incalzò «Quando saremo grandi, ti darò quest’anello e ci sposeremo.»
Arrossii tanto da dover nascondere il viso tra le mani e, quando ebbi il coraggio, annuii.
Restammo abbracciati fino a che la sera non prese il posto al giorno. Francesco tornò a casa non appena fu l’ora di cena, mentre io restai sotto il salice. Protetta dalle sue fronde, pregai in una lingua che solo gli innocenti possono capire e sentii la voce di Maria sussurrarmi il suo affetto. Cullata dalla sua ninnananna, mi assopii sotto l’albero, stretta al petto di mia madre.
Era notte inoltrata quando mio padre mi trovò.
«Che ci fai qui, Nera?» sussurrò, svegliandomi dolcemente.
«Avevo bisogno di stare un po’ sola.» risposi.
Degòth sorrise e si sedette al mio fianco; io mi appoggiai al suo petto e lui iniziò ad accarezzarmi i capelli.
«Ti manca Maria, non è vero?» chiese.
Annuii.
«Ti chiedo scusa.» sospirò «Non sono mai riuscito a dirti tutta la verità: anche le persone a cui vogliamo bene muoiono. Vorrei prometterti felicità eterna, proteggerti da tutti i mali del mondo, da ogni sofferenza che incontrerai, ma la morte è l’unica cosa a cui non potrò mai prepararti abbastanza. Se potessi prendere ogni grammo del tuo dolore e caricarlo sulle mie spalle, lo farei. Se riuscissi a bloccare il tempo, a lasciarti così, innocente e senza pensieri, venderei l’anima al diavolo. Vorrei saperti spiegare la sensazione di impotenza che provi, ma anche io ne sono soggiogato. Su una cosa però sono sicuro: fino a qualche anno fa non avrei mai concepito un simile dolore, perché, per farlo, bisogna amare; puoi negartelo per tutta la vita, l’amore, e non soffrire mai, ma non avrai neppure gioito; se stai piangendo per Maria, vuol dire che l’hai amata veramente. Lei non ti lascerà mai, veglierà su di te; ogni volta che il tuo cuore avrà un sobbalzo, sarà perché lei ti è vicina. La morte è inesorabile, Nera, per questo dovrai vivere la tua vita nell’amore, come ci ha insegnato Maria.»
Mio padre mi poggiò delicatamente il mento sul capo e mi abbracciò forte.
«Non potrò mai dimenticare Maria.» continuò «Non solo mi ha insegnato ad essere un padre decente, ma anche un uomo migliore e mi ha fatto capire che cosa è davvero importante: tu, Nera, tu sei il frutto del suo affetto, non solo del mio; fino a che vivrai seguendo i suoi insegnamenti, sono sicuro che sarà fiera di te, ovunque lei sia.»
«La rivedrò un giorno?» chiesi.
Degòth mi baciò sulla fronte e sorrise.
«Chiudi gli occhi, Nera.» sussurrò al mio orecchio e io eseguii «Vedi il buio in cui sei immersa? Concentrati e vedrai una piccolissima luce nell’oscurità; trovata? Ora, pensa a Maria e ascolta il cuore; senti la sua voce tra battito e battito? La vedi nelle ombre di luce? Potrai incontrarla quando vuoi, Nera, lei è dentro di te.»
Rincuorata dall’affetto che Maria aveva lasciato nel cuore di tutti, respirai l’aria della sera.
«Restiamo qui stanotte?» tentai.
Degòth, fortemente intenzionato a rifiutare la mia proposta, ripensò alle notti passate all’addiaccio, sotto le stelle e al senso di libertà che gli lasciavano.
«Certo,» accettò «ma al canto del gallo andremo a casa; domani si ricomincia a pensare alla vita.»
«Grazie, papà.»

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