Capitolo 3: Buonanotte, Nera.

Capitolo 3: Buonanotte, Nera.

Il sole si nascondeva alle colline e la fresca sera salutava il ritorno di mio padre. Rincasava tardi, dopo il tramonto, cercava lavoro, ma coi tempi che correvano non era semplice; la crisi si era abbattuta come un maglio su tutto il paese. Poco importavano l’impegno e l’arguzia; i deboli facevano domande a chi dava facili risposte.

Ma Degòth non si arrendeva, avanzava stoico, forte, imperturbabile: mi baciava sulla fronte ogni mattina e ripeteva il saluto quando tornava distrutto la sera; faticava per offrirmi un futuro. Mi lasciava nelle sapienti mani di Maria che, con la sua bocca sdentata, mi cantava la stessa ninnananna: una melodia carica di speranza e malinconia. La donna mi spiegava l’assenza del padre come se potesse pesarmi; non sapeva che capivo più di quanto riuscissi a esprimere. Pensava che potessi odiarlo per le sue fatiche, ma, per quanto fossi troppo piccola per comprendere il lavoro, era impossibile non riconoscere l’amore.

Una sera, quando il sole era già distante e il sonno stava per cogliermi, mio padre rientrò. Come ogni volta, venne a salutarmi. Dopo il solito, affettuoso bacio, mi si sedette accanto; pensava dormissi, ma ascoltai ogni singola parola.

« Non riesco mai a cantarti una ninnananna o a raccontarti la favola della buonanotte. Forse è meglio così; sei ancora troppo piccola per ascoltarmi, ma il peso che mi grava nel cuore è troppo grande. Io sono Degòth, Degòth Luna; non è il mio vero nome, ma è ciò che sono. In realtà, mi chiamo Dario Parsilli e la mia storia è quella di un diverso, nato con un dono scomodo, quello dell’arte. Da bambino ero lasciato in disparte e l’adolescenza mi è scivolata tra le dita; ho passato una vita alla ricerca della mia essenza. Quando l’ho compresa, sono cambiato, da crisalide sono rinato farfalla: sono mutato in attore.
Per questo io dico che il mio nome è Degòth Luna. È sempre stato facile per me immedesimarmi nei personaggi: sono la descrizione di una passione e io ne avevo a sufficienza per farli vivere; esistevano grazie a me, ma ne ero succube, non mi ero mai scontrato con la realtà a volto scoperto.»

Mio padre aveva gli occhi lucidi e il volto tirato dalla fatica: non era stanco nel fisico, ma nella mente; portava nel cuore il peso di un uomo vissuto nella solitudine.

«Ho sempre evitato i legami, ne ho paura; nel teatro vivono poco più di qualche atto ed è troppo rischioso concederseli per una vita intera. Meglio abbandonarsi nel piacere, fino ai suoi estremi. Il modo migliore per non avere affetti è cercarli nelle cose materiali e nelle pulsioni profonde: amare la bella vita, donne, uomini, soldi, begli abiti, le grandi feste in maschera, il sesso, la perdizione, l’oppio, l’alcool, il fascino proibito del tradimento, i letti disfatti da notti infuocate, l’amore tra i bordelli, le scommesse, quelle vinte e quelle perse, la solitudine della compagnia, l’incoscienza e non avere niente da perdere e soprattutto la lussuria, l’ambrosia di tutti i peccati; avere tutto, per non amare niente.

Ho perso ogni cosa e ho tanti rimpianti, solamente sotto i rami del salice mi sento a mio agio: si aprono e chiudono come un sipario. Per un secondo, vivo nei miei ricordi e prego affinché mi sia data un’altra possibilità. Il passato può essere una maledizione, per quante scopate o partite a poker si possano collezionare, lui è sempre dietro di te e non desidero altro che dimenticarlo.

E sei arrivata tu, Nera. Il salice, che tante volte mi aveva accolto tra le sue fronde, ha ascoltato le mie parole. Sei il mio punto di svolta: morire nel rimpianto o vivere per te.

È difficile starti dietro: non stai mai ferma e piangi in continuazione. Lo so che il più delle volte è colpa mia, ma devi concedermi tempo per diventare un buon padre; non è facile accettare tanta responsabilità dopo una vita passata ad evitarla. Sono consapevole di aggrapparmi a delle scuse, ma ho paura.»

Degòth si guardò attorno, ridacchiando.

« Il vecchio ripostiglio è diventato la tua stanza; è stato impegnativo svuotarlo, non tanto per la fatica, quanto per i ricordi. C’erano tanti oggetti del mio passato e dovermene liberare è stato insolitamente triste; non pensavo sarei riuscito ad abbandonare così in fretta la mia vecchia vita. Fortunatamente per me, Maria mi ha aiutato molto. Ora che ci penso, se non ci fosse lei, non riuscirei a fare niente. Quella donna ha una forza incredibile: ha perso il marito e i figli in guerra, mentre le due figlie sono troppo distanti e indaffarate per venire a trovarla; è rimasta sola, ma non si è arresa. Maria mi sta spiegando come crescerti al meglio e ogni giorno appare sempre più complicato.»

La vita di mio padre era cambiata da quando ero entrata a farne parte. Le responsabilità che per tanti anni aveva evitato, gli erano cadute addosso come una cascata di mattoni; eppure, ne sembrava felice.

« Ma ti rivelerò una cosa, Nera: nonostante tu sia la fonte di tanta fatica, ne sei anche l’unica cura. Prenderti in braccio mi ricarica e prepara agli impegni futuri, a cercare una risposta alle nuove domande della coscienza.

Il primo dilemma è quanto sei forte, Nera. Basta guardarti negli occhi per capire che sei speciale: hai in te il seme del futuro. Mi chiedo se potrò farcela, io, come uomo, a farti affrontare la vita: sarà di luci e ombre. Dovrò insegnarti tutto quello che so e trasmetterti la mia passione. Non so se basterà a nutrire la tua fame di grandezza, ma farò il mio meglio. Ho sperperato tutta la mia fortuna nei vizi, non mi ha mai spaventato la povertà, o peggio, ma ora ci sei tu ed è tutto diverso. Ho racimolato qualcosa con lavoretti saltuari, come aiutare il contadino nei campi, ma era troppo poco. Dovevo trovare un impiego più redditizio in modo da offrirti il meglio. Ho pensato anche di fare il gigolò, ma ho desistito immediatamente, non voglio essere un cattivo esempio, ma essere un modello. Ho scoperto di non sapere niente neanche sulle cose più semplici. Ho una gran cultura, ma la banalità della vita a volte è disarmante. Per esempio, ho fatto un mezzo disastro dal panettiere, mettendo troppo zucchero nell’impasto e, sebbene mi abbia rimproverato sonoramente, mi ha perdonato. Sono tutti più gentili da quando ti ho adottato, forse hanno capito quanto sei importante per me.»

Degòth era spaventato del suo ruolo di genitore; aveva paura di fallire. Avrei voluto confortarlo, dirgli che la chiave del successo è l’amore, ma potevo soltanto ascoltare.

« Il mio amore per te ha intenerito un imprenditore di Firenze. Il suo nome è Umberto, l’ho incrociato al bar, mi ha offerto la colazione e, tra una chiacchiera e l’altra, ho parlato di te; lui, come riposta, mi ha assunto.

Oggi è stato il primo giorno di lavoro e stamattina ha suonato la prima sveglia da uomo adulto e responsabile. Quando sono uscito era l’alba e l’aria del mattino mi pizzicava la pelle; non mi sono mai alzato tanto presto. Quando sono arrivato alla fermata del tram, mi sono accorto di quanta gente avesse i miei stessi occhi: occhi di chi vuole offrire un futuro migliore alle proprie famiglie, di chi desidera farlo onestamente. Sebbene fossero piegati dalla quotidianità dell’esistenza, quegli uomini mi hanno accettato tra loro con pacche e sorrisi.

Per il primo giorno sono addirittura arrivato in anticipo. Ad aspettarmi c’era Umberto che mi ha guidato nella fabbrica, il suo piccolo regno, il sogno. C’era un minuscolo ufficio semivuoto sulla sinistra, mentre il resto della sala era invaso da paglia e scatoloni. Un tavolo centrale circondato da sgabelli rompeva come uno spartiacque la staticità di quel caos. Sebbene fosse sporca, disordinata e banale, quell’azienda mi è apparsa bellissima; neppure i grandi teatri europei sanno dare un taglio così crudo e familiare alla realtà.

Ci sono altri dipendenti oltre a me: c’è Paolo, il capitano in seconda della nave, Severina che si preoccupa che tutto sia in ordine, dalla produzione alla contabilità, e infine Riccardo, il più giovane, pronto a fare i suoi primi passi da adulto; al pari di un vero equipaggio, saremo sempre uniti contro ogni intemperia.

L’azienda di Umberto produce cappelli di paglia, un lavoro piuttosto comune nella zona, eppure ricco di sfaccettature. Sebbene le operazione da eseguire siano poche, è necessario raggiungere la perfezione: Riccardo ha il compito di bagnare le fustelle il più omogeneamente possibile, Severina di intrecciarle e Paolo di cucire; Umberto si occupa sempre delle ultime rifiniture, ama la sua fabbrica. Inizialmente, mi sono limitato a guardare il lavoro altrui, cercando di fare meno pasticci possibili. Ho sempre avuto paura delle responsabilità, ma ho dovuto affrontarle una volta per tutte e, grazie a te, i sacrifici che faccio hanno uno scopo.»

Mio padre si guardò attentamente attorno, come ad assicurarsi che non ci fosse nessuno ad ascoltarlo.

«Lo so, Nera, penserai che sia uno sciocco ad avere tante inquietudini, ma è la vita che è così: non si adatta a nessuno, la puoi cavalcare o farti schiacciare. Io ti devo preparare a tutto questo: non alle vittorie, ma alle delusioni; non all’amore, ma agli addii. I miei insegnamenti devono guidarti, aiutarti ad alzarti quando cadi, a vedere la gioia nella perdita; se dovessi esprimere un desiderio, sarebbe quello di vederti felice. Come crescerai? Riuscirò a darti tutto quello di cui hai bisogno? Avrai dalla vita ciò che ti spetta? È questo che mi chiedo tutte le mattine e tutte le sere, quando ti guardo con gli occhi e ti sento col cuore: sei tu a darmi la forza di andare avanti, Nera. Quando arriverò a lavoro e Umberto preparerà il caffè con la vecchia moka arrugginita, quando sentirò il sospiro del fornello a gas e l’aroma pungente tra le montagne di paglia, io penserò a te. La mia piccola Nera. Così fragile da sembrare di vetro, ma tanto dura da poter guardare il mondo negli occhi; sei una grazia troppo grande. Ho un debito da ripagare verso il destino e lo estinguerò dandoti tutto me stesso. Non fingerò con te, non reciterò la storia di qualcun altro, ti aiuterò a scrivere la tua. Non smetterò mai di aver paura, ma ho un futuro ed è questo che conta. Non mi piegherò più nel passato, infilandomi tra le pieghe del tempo alla ricerca del ricordo del calore. Il teatro è stata la mia vita e il più grande sogno, ma adesso è a te che spetta questo titolo.»

Si alzò, si avvicinò alla culla, e mi sistemò le coperte; il calore mi avvolse. Mio padre mi stava offrendo la miglior ninnananna che una figlia potesse desiderare.

« Un giorno ti dirò tutto, Nera. Quando saprò che sarai pronta ad ascoltarmi, ti rivelerò ogni cosa del mio passato e quanto questo sia cambiato grazie a te. Ti racconterò nuovamente il mio amore e la mia storia, parola per parola. Ora sei troppo piccola per capirmi e ci vorrà del tempo prima che tu possa comprendere realmente; il viaggio per conoscere se stessi non finisce mai. A volte litigheremo, ma il momento di parlarti arriverà e ti spiegherò chi è Degòth Luna, tuo padre. Fino ad allora, dormi bene Nera e fa sogni d’oro. Chiunque e ovunque sia tua madre, sarebbe fiera di avere una figlia tanto bella: sei la primogenita del mondo.
Buonanotte, Nera. »

Non avendo altre parole, se non il pianto, restai in silenzio e feci finta di dormire per non spezzare l’incantesimo.

Buonanotte, papà.


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