Capitolo 2: Si chiamerà Nera.

Nera Luna, capitolo 2
È strano come alcuni ricordi dell’infanzia siano nitidi nella memoria, mentre altri li viviamo attraverso le storie di chi ci ha visto crescere. Mio padre me lo diceva sempre che ero diversa dagli altri, avevo in me lo spirito della madre, a volte un peso, altre una benedizione: l’incapacità di dimenticare il male, la grandezza di rammentare il bene; la difficoltà di vivere tra le sfumature.
Quando mi trovò, Degòth non sapeva ancora che sarei stata sua figlia. Mi portò nella sua casa, a pochi metri dal fiume e a due passi dal piccolo centro di Campi Bisenzio: povera, ma accogliente; un salotto, una camera da letto e uno sgabuzzino spazioso colmo di vecchi ricordi. Poteva apparire una dimora come tante altre, ma l’assenza di particolari descriveva perfettamente l’uomo che vi abitava: troppo fiero per dimenticare il passato e oltremodo codardo per non rimanerne rinchiuso.
Mi pose sul divano con dolcezza, mi scostò i capelli dal viso e con un panno improvvisò un pannolino. Non sapeva niente di bambini e non smettevo di piangere; non sapevo come altro comunicare. Preso dal panico, bussò alla porta di una vecchia signora che abitava al piano di sopra: Maria. La donna portava i segni di una vita dedita al lavoro: capelli bianchi raccolti in una crocchia, il bel viso costretto in una ragnatela di rughe, bocca sdentata, ma con gli occhi illuminati da una vitalità insospettabile. Maria detestava mio padre, lo accusava di esser lascivo e sregolato e quando lo vide non lo nascose.
«Che c’è, Signor Degòth? Ha di nuovo pasticciato con qualche fornello? »
Degòth era una frana coi lavori di casa e spesso le chiedeva aiuto; non l’aveva mai ringraziata.
« Non è per me » rispose « so che abbiamo sempre avuto attriti, ma è un emergenza. »
« Non riesce ad accendere il fuoco?» ridacchiò lei, ironica.
« Ho trovato una bambina abbandonata lungo il fiume » rivelò « sta piangendo e non so cosa fare.»
La severità di Maria si tramutò in apprensione.
«La seguo » rispose.
Assieme scesero le strette scale di pietra; il mio pianto era tanto forte che rimbombava sulle umide pareti scrostate . Entrati in casa, Maria mi corse incontro e mi prese in braccio con l’esperienza di quattro figli; il mio grido di fame si placò per qualche istante.
«Ha intenzione di rimanere fermo sulla soglia? » chiese lei, in tono stizzito.
Degòth restò paralizzato dalla sua impotenza.
«Vada a prenderle del latte di capra dal contadino lungo l’argine.» lo sgridò Maria « Faccia presto! »
Lui annuì nervoso e scese le scale rapidamente.
Restai sola con Maria; non sapevo se fidarmi e le concessi il beneficio del silenzio. Non piansi, ma la guardai dritta negli occhi, cercandone la bontà. Lei mi cullò tra le braccia, cantando una ninnananna vecchia come il mondo. La sua voce era delicata, melodiosa, racchiudeva il ricordo di quattro figli e la nostalgia di averli visti crescere. Quando fui tranquilla, Maria mi pulì il viso dalla terra e mi tagliò i capelli; i ciuffi appena recisi si trasformarono in cenere ancor prima di toccare terra.
Nel frattempo, Degòth era sull’argine a cercare qualcuno che potesse aiutarlo. Non si era mai interessato alla realtà rurale di quel paese e e scoprì di non sapere minimamente dove fosse il pastore. Fu per pura fortuna che inquadrò in lontananza un paio di capre con la testa china a brucare l’erba. Corse a perdifiato e non appena fu nelle vicinanze vide un uomo seduto su una pietra intento ad accarezzare un grosso cane dal pelo bianco. L’animale, nel veder arrivare lo sconosciuto di corsa, abbaiò e il contadino alzò lo sguardo.
«Cosa vuole signor Degòth? »
«Come fa a sapere il mio nome? » chiese stupito.
«Tutti sanno chi è, per questo tengo segregata mia figlia durante la festa d’agosto.»
Degòth si sentì lusingato, era fiero della propria nomea di Don Giovanni, ma non poteva concedersi il lusso di perdere tempo.
« Ho bisogno di un po’ di latte di capra, per favore. È un emergenza.»
« Ha i soldi? Anche la sua propensione al “pagherò” è famosa.»
Come risposta, Degòth estrasse un portafoglio di pelle logora, vecchio ricordo di un’amante francese, e diede al pastore qualche lira. Quest’ultimo le prese e fece saltellare la pecunia sul palmo della mano, come a saggiarne il peso.
« Con una simile somma avrà ben più di una tazza di latte!»
« Lo consideri un anticipo. »
Il contadino sorrise e allungò la mano per presentarsi.
«Mi chiamo Giuseppe e sarà un piacere. »
La sua mano era ruvida, callosa e la stretta vigorosa.
Degòth rispose appena alla presentazione e, preso il latte, corse verso casa. Salì le scale due a due pur di raggiungermi. Sentiva un legame inspiegabile verso di me, troppo vasto per la breve durata del nostro incontro; nel suo cuore era maturata la consapevolezza che io fossi un dono. Spalancò la porta di fretta e la richiuse con forza alle sue spalle. Abituata al silenzio della nascita, il rumore mi fece scoppiare in un nuovo pianto e Maria lo guardò severo.
«Faccia piano! » lo rimproverò «Ha portato il latte? »
Degòth annuì dispiaciuto.
«Vada a bollirlo e mentre aspetta vada in casa mia. Nello scaffale in alto, vicino alla stufa, c’è un poppatoio, lo sterilizzi in acqua bollente e lo riempia di latte. Mi raccomando! Lo faccia raffreddare un poco ma non troppo!»
Lui eseguì senza fare domande e, una volta finito, portò il poppatoio a Maria. La donna controllò la temperatura sul dorso della mano prima di infilarmelo in bocca e finalmente iniziai a poppare avida il mio primo pasto: caldo, buono e genuino; aveva il sapore delle cose semplici fatte con amore. Stringevo quel poppatoio con tutte e dieci le dita, sperando che non finisse mai.
« Non ho mai visto una bambina così bella. » esordì Maria.
« Neppure io » rispose Degòth.
« Che ha intenzione di fare, signor Degòth? »
« In che senso?»
« Ho visto come la guarda: nei suoi occhi brilla l’amore di un padre. Ha intenzione di adottarla? »
Degòth, colto alla sprovvista, balbettò, poi, ripreso il controllo, rispose:
« Non lo so…Non penso che potrei essere un buon padre per una creatura così fragile. »
« Ha paura?»
«Sì.» ammise.
Maria sbuffò.
«A ogni uomo prima o poi viene dato qualcosa di fragile da proteggere e l’unica cosa che rende incapaci di farlo è l’eccessiva sicurezza. È un bene che abbia paura di fallire, significa che è un uomo migliore di quel che pensavo.»
Detto questo, Maria mi diede a Degòth che, inizialmente impacciato, iniziò a cullarmi dolcemente. Ci guardammo negli occhi per un tempo indefinito, la realtà perse consistenza e, per un secondo, il nostro affetto fu il centro dell’universo. Maria iniziò a rimproverare mio padre per come mi stringeva o per come teneva il poppatoio, ma era diventata molto più cordiale nei suoi confronti.
« Non mi ha ancora risposto. » insistette la vecchia.
Degòth vide in me un’opera di indescrivibile bellezza; nessuna donna aveva provocato in lui un brivido così feroce e amorevole.
«Sì. » disse, semplicemente «Sarà mia figlia. »
Maria sorrise.
« Direi che è il caso di darle un nome, non pensa? »
Fu mia madre a suggerirne uno: un sussurro di vento portò la risposta.
«Nera.» annunciò Degòth « Si chiamerà Nera.»

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