Nera Luna – capitolo 1: Le radici del salice.

Nera Luna
C’è silenzio in questa stanza buia, il grigio cemento opprime ogni cosa e solo una finestra sbarrata ricorda la libertà. Il pavimento duro, impenetrabile, nasconde mia madre agli occhi; vorrei accarezzarla, distendermi nel suo morbido abbraccio, chiederle il perché di tanta rabbia e sofferenza.
Prego ma è la pietra a rispondere. Mio marito è la fuori, da qualche parte: sta combattendo una guerra ingiusta per proteggermi; vorrei dirgli che non è servito, che può tornare a casa, da me.
Ho il viso gonfio dalle botte prese, le gambe rotte dalle mazze del fascio e non posso fare altro che strisciare fino al pertugio sbarrato; le mie unghie graffiano la parete e a fatica mi arrampico fino a che le gote non percepiscono la brezza della sera.
Sorrido, guardando all’esterno: i rami di un albero mi salutano mossi dal vento e la luna opalescente si nasconde tra le nuvole quasi non volesse vedere. Il mio spirito percorre le sbarre, le barriere temporali e torna al passato, ai ricordi; rinasco nella memoria per imprimere in quel duro cemento la verità di una vita fuori dal comune.
Mia madre regalò una vita dopo che tante si erano spente.
La prima guerra mondiale era ai suoi ultimi battiti di violenza. Il sangue di milioni di vittime aveva bagnato la terra in un conflitto troppo grande per essere compreso. Ai confini c’era ancora odore di morte, ma tra le campagne si respirava speranza.
Era una fredda mattina di primavera quando Degòth Luna mi trovò, la brina macchiava l’erba di bianco e gli argini del fiume Bisenzio erano freddi come l’acqua che li bagnava.
Degòth era un uomo alto, slanciato, il suo profilo elegante e al contempo selvatico contrastava col viso giovanile; nei suoi occhi ardeva una fiamma passionale che esplodeva nella chioma marrone e leonina. Come ogni mattina, passeggiava sull’argine, diretto al salice: adorava sedersi sotto quelle fronde, ad ammirare l’acqua scorrere e a ricordare nostalgico i fiumi della sua giovinezza: Senna, Po, Tamigi.
Ma quel giorno non era uno qualsiasi, perché mia madre gli concesse un dono. Sotto la chioma spiovente dell’albero, c’ero io: una neonata dai folti capelli neri e avvolta in un abbraccio di foglie; dormivo serenamente, cullata dalla terra.
Aprii gli occhi per la prima volta, la sagoma di mio padre mi protesse dall’abbaglio del sole e le nostre iridi si incontrarono, perdendosi in un velo irreale. La mia pelle porcellana, labbra rosse mirtillo e le gote rosa come truccate di fresco lo lasciarono senza fiato: ero tanto perfetta da spaventare.
Degòth attraversò con rispetto il sipario di foglie, non mi scomposi e continuai a fissarlo; sapevo di essere sua. Mi raccolse con delicatezza e solo allora piansi: il grido disperato di chi aveva fame. Mi poggiò al suo petto, cullandomi dolcemente. Il mio odore lo inebriava: profumavo d’erba e di buono; feci sbocciare in lui un istinto paterno sconosciuto. Al ritmo del cuore, si avviò verso casa, portando con sé la figlia della terra.

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